Lambrusco, identità e valore a Vinitaly | Il racconto ha cambiato direzione
di Tonia Credendino
C’è un momento, tra i padiglioni di Vinitaly, in cui il Lambrusco smette di essere un’idea e torna a essere vino. Non più scorciatoia narrativa, non più categoria semplificata, ma materia concreta, leggibile, finalmente osservata per quello che è: un’espressione identitaria e complessa della viticoltura italiana. È lì che si misura la distanza tra ciò che abbiamo raccontato per anni e ciò che oggi, nel bicchiere, è evidente.
Il punto di partenza è una riflessione emersa in sede ufficiale. Durante il seminario “Dispelling the myth Italy’s 5 native grape varieties”, condotto da Attilio Scienza, viene proposta una rilettura del concetto di vitigno autoctono. Secondo questa impostazione, i vitigni realmente originari, cioè derivati da selezioni di vite selvatica locale, sarebbero pochissimi e tra questi viene indicato anche il Lambrusco di Sorbara, insieme ad Aglianico, Greco di Tufo, Refosco dal Peduncolo Rosso ed Enantio. Non è una classificazione normativa, ma una chiave di lettura che restituisce profondità storica e genetica a varietà spesso banalizzate, riportando il discorso su un piano più autentico.
In questo contesto il Sorbara assume un ruolo centrale. È il Lambrusco più sottile, quello che meno concede all’immediatezza e più richiede precisione: colore tenue, acidità netta, profilo aromatico fine. È un vino che non cerca consenso, ma coerenza, e proprio per questo diventa misura di lettura per tutto il resto.
Da qui prende forma un percorso che attraversa quattro realtà diverse, unite dalla stessa radice ma distinte per visione e approccio. A Quattro Castella, sulle colline reggiane, Venturini Baldini rappresenta una sintesi tra agricoltura biologica, paesaggio e tecnica.
L’incontro con Piergiuseppe Carucci, enologo della cantina, restituisce un’idea chiara: il Lambrusco va reso leggibile senza essere semplificato. Rubino del Cerro, Lambrusco Grasparossa, esprime struttura e profondità attraverso una spumantizzazione in Metodo Charmat lungo, mentre Cadelvento Rosé, da Sorbara e Grasparossa, lavora su tensione e finezza. Accanto a queste interpretazioni, la cantina esplora anche la rifermentazione in bottiglia, ampliando il registro espressivo del vitigno.
A San Prospero, nel cuore del territorio del Sorbara, Silvia Zucchi sviluppa un progetto interamente dedicato al Lambrusco di Sorbara in purezza, costruito su più interpretazioni che coincidono con altrettanti metodi produttivi. Infondo Complesso, Extra Brut rifermentato in bottiglia, mantiene il deposito e restituisce una versione diretta, materica e vibrante del vitigno; il Brut “In purezza” e il Rosé, realizzati in Metodo Charmat lungo, lavorano su precisione aromatica e immediatezza, mentre il Metodo Classico Dosaggio Zero, con lunga permanenza sui lieviti, introduce una dimensione più profonda e stratificata. In ogni caso, il filo conduttore resta la centralità assoluta del vitigno.
A Castelvetro di Modena, con Cleto Chiarli Tenute Agricole, il Lambrusco trova una dimensione storica consolidata. L’incontro con Sara Brighetti, responsabile dell’accoglienza, restituisce il senso di un sistema aziendale strutturato. Lambrusco del Fondatore, rifermentato in bottiglia, rappresenta la continuità con il metodo tradizionale; Vigneto Cialdini, Grasparossa di Castelvetro DOC, è il cru identitario dell’azienda; Vecchia Modena Premium mantiene una linea elegante e riconoscibile, mentre il Rosé de Noir Brut introduce una lettura più contemporanea. Qui la tradizione diventa struttura evolutiva.
A Bomporto, infine, Cantina della Volta propone una visione coerente e precisa. Fondata da Christian Bellei, con la presenza di Angela Sini, la cantina concentra il proprio lavoro sulla fermentazione in bottiglia e sul Metodo Classico. Il Lambrusco viene così interpretato attraverso tensione, finezza della bollicina e capacità evolutiva, in una chiave che lo colloca naturalmente nel dialogo con i grandi vini spumanti.
Al di là delle differenze tecniche, emerge una linea comune: il Lambrusco contemporaneo non è più definito dal metodo, ma dalla coerenza tra vitigno, territorio e scelta produttiva. Ed è qui che si apre una riflessione necessaria, non sul prezzo ma sul valore. Il Lambrusco continua a essere percepito come un vino accessibile, ma questa accessibilità ha generato una lettura riduttiva che non corrisponde alla realtà del bicchiere. Il valore di questi vini risiede nella loro capacità di unire identità territoriale, precisione tecnica e versatilità gastronomica: sono vini che funzionano, che reggono il confronto e che evolvono.
Ma soprattutto sono vini che trovano la loro forza in un equilibrio raro. La freschezza non sovrasta mai la struttura, la componente aromatica non diventa mai eccessiva, la bollicina accompagna senza invadere. È proprio in questa misura che il Lambrusco esprime la sua eleganza più autentica: una piacevolezza che non è banalità, ma capacità di stare nel tempo del sorso, di adattarsi alla tavola, di mantenere tensione senza rigidità.
Ed è proprio questa armonia a renderlo oggi uno dei vini più versatili in abbinamento. Se la tradizione lo vuole accanto a salumi e cucina emiliana, la sua evoluzione lo porta con naturalezza verso una gastronomia contemporanea. Funziona con piatti vegetali strutturati, fermentazioni, cucine speziate, ma anche con preparazioni più tecniche come carni bianche lavorate, piatti ricchi di umami, street food evoluto e cucina asiatica. Il Sorbara, con la sua acidità e leggerezza, accompagna con precisione crudi, fritti e piatti delicati, mentre le versioni più strutturate di Grasparossa sostengono preparazioni più intense.
Non è un caso che il Lambrusco stia vivendo una nuova attenzione anche fuori dall’Italia. Nei mercati internazionali, soprattutto nella ristorazione contemporanea e nei wine bar di nuova generazione, è sempre più presente come alternativa credibile e identitaria ai vini più convenzionali. Non è più percepito come vino facile, ma come vino intelligente, capace di dialogare con cucine diverse e con un pubblico più consapevole.
Da una prospettiva campana, da una terra come Gragnano, il parallelismo è naturale. Stessa tensione acida, stessa vocazione gastronomica, stessa origine popolare che non è limite ma risorsa. Il Lambrusco nasce per accompagnare, non per impressionare, e proprio in questa funzione trova la sua profondità.
Non è un vino da riscoprire, ma da raccontare meglio. Perché oggi, più che mai, è evidente che il Lambrusco non è cambiato: è cambiato il modo in cui siamo finalmente pronti a leggerlo.



