L’Umbria del vino cambia passo, prende forma “Stili di Vite”
di Tonia Credendino
C’è un momento preciso in cui capisci che non sei più davanti a uno stand, ma dentro una visione. A Vinitaly 2026 quel momento, per l’Umbria, coincide con l’ingresso nel Padiglione D, dove la percezione cambia e si fa racconto. Non è una questione di metri quadri, ma di posizionamento culturale: l’Umbria smette di essere una parentesi e diventa un discorso compiuto, un’identità che sceglie di raccontarsi con una voce riconoscibile.
È qui che prende forma “Stili di Vite”, il progetto con cui Umbria Top Wines costruisce una narrazione che non si limita al vino ma lo attraversa e lo interpreta, restituendolo come espressione di un sistema più ampio. Non uno slogan, ma un linguaggio coerente, capace di tenere insieme paesaggio, memoria e prospettiva, senza forzature, restando fedele a una regione che ha sempre fatto della misura la propria cifra più autentica.
Come emerge chiaramente nel concept, «Umbria, “Stili di Vite” è un racconto corale della cultura umbra, sospeso tra storia, spiritualità e contemporaneità, in cui il vino si fa ambasciatore di un sistema di valori fondato sul rispetto del territorio, sull’identità e sul senso di appartenenza». Una dichiarazione che non suona come costruzione retorica, ma come presa di coscienza: il passaggio da somma di individualità a visione condivisa.
La regia del progetto è affidata a Carlo Guttadauro, che costruisce un impianto immersivo in cui immagini, simboli e parole si intrecciano in un percorso fluido e contemplativo. Il racconto si sviluppa attraverso la forma del “leporello”, con un linguaggio visivo illustrativo capace di fondere codici classici e contemporanei, creando un dialogo continuo tra passato e presente e restituendo al visitatore un’esperienza che è prima sensoriale e poi interpretativa.
All’interno di questa narrazione, la vite diventa simbolo stratificato: lavoro, competenza, tradizione, ma anche stile di vita, equilibrio, cura. Le “vite” sono quelle dei produttori, ma anche quelle delle figure che hanno segnato il territorio, dalla cultura all’agricoltura, in un racconto che non separa mai l’uomo dal paesaggio ma li tiene insieme, come parti della stessa identità.
La dimensione simbolica si intreccia naturalmente con quella spirituale, attraverso richiami profondi e riconoscibili: la rosa di Santa Rita da Cascia, segno di speranza; il giglio di Santa Chiara d’Assisi, emblema di purezza; la visione di San Benedetto da Norcia, interprete di un equilibrio tra lavoro e spiritualità; fino a San Francesco d’Assisi, nel cui messaggio di armonia tra uomo e natura si riflette il significato più autentico del vino umbro.
A fare da soglia narrativa è la citazione di Plinio il Giovane, scelta come chiave di accesso all’intero percorso: «Non già vi sembrerà di vedere un angolo di mondo, ma un meraviglioso paesaggio dipinto con maestria». Non è un semplice omaggio letterario, ma una dichiarazione di visione: l’Umbria non si limita a mostrarsi, ma si lascia interpretare.
Il racconto si sviluppa poi attraverso una trama di riferimenti paesaggistici e culturali che tengono insieme alcuni dei luoghi più iconici della regione, dalla Basilica di Assisi al Duomo di Orvieto, dalla Cascata delle Marmore al Lago Trasimeno, fino a Perugia con la Fontana Maggiore, evocata come simbolo della ricchezza e della varietà della produzione enologica umbra. Tutto concorre a costruire un sistema di immagini coerente, capace di restituire complessità senza perdere chiarezza.
A questa dimensione si affianca una seconda citazione, più intima e universale, che rafforza il senso profondo del progetto: «Le vite dei grandi uomini ci ricordano che possiamo rendere sublime la nostra vita…». Qui il doppio significato di vite trova la sua sintesi più efficace, diventando chiave poetica e concettuale dell’intero racconto.
In questo impianto, il contributo di Gioia Bacoccoli si distingue per la capacità di dare forma a una narrazione solida e coerente, in cui profondità culturale e chiarezza espressiva convivono senza forzature, costruendo un linguaggio capace di parlare a pubblici diversi mantenendo una forte identità.
Il passaggio verso una dimensione sistemica, tuttavia, non coincide con un perimetro chiuso. Non tutte le realtà umbre hanno aderito al progetto, ed è un elemento che va letto non come una frattura ma come parte di un processo ancora in evoluzione. Il valore di “Stili di Vite” sta proprio nella direzione che indica: quella di una crescente convergenza, in cui le differenze restano ma trovano uno spazio di dialogo.
È qui che l’Umbria cambia passo davvero: non nell’uniformarsi, ma nel riconoscersi. Non nel diventare altro, ma nel costruire una visione comune restando profondamente se stessa.





