Nel cuore industriale della Giudecca, Aromi accende la Venezia gastronomica contemporanea
di Valentina Ruzza
Venezia è una città che rischia continuamente di vivere di riflessi.
Di cartoline, memoria e bellezza già conosciuta. Per questo, quando una tavola riesce davvero a interrompere il rumore del turismo gastronomico costruendo un’identità autentica, contemporanea e culturalmente credibile, vale la pena fermarsi. È ciò che accade da Aromi, all’interno dell’Hilton Molino Stucky Venice, dove la cucina guidata da Ivan Fargnoli — e orchestrata durante la nostra esperienza dal giovane sous chef Luigi Miorin — costruisce uno dei percorsi gastronomici più maturi, coerenti e intelligenti oggi presenti nella laguna veneziana.
Qui non esiste la ricerca dell’effetto scenico fine a sé stesso. Esiste invece una cucina che lavora sulla profondità aromatica, sull’equilibrio assoluto delle consistenze e sulla capacità, sempre più rara, di trasformare tecnica, fermentazioni, acidità e influenze orientali in linguaggio gastronomico autentico e leggibile. Tra le architetture industriali più iconiche della laguna veneziana, il Hilton Molino Stucky Venice continua ancora oggi a raccontare una storia di visione imprenditoriale, trasformazione e contemporaneità.
Affacciato sulla Giudecca, il grande edificio in laterizi rossi continua a dominare la laguna con la stessa imponenza industriale con cui, alla fine dell’Ottocento, Giovanni Stucky trasformò un antico mulino in uno dei complessi produttivi più avanzati d’Europa. L’imprenditore svizzero introdusse infatti la macchina a vapore rendendo il Molino operativo ventiquattro ore su ventiquattro, in una Venezia che iniziava a confrontarsi con la modernità industriale. Ancora oggi, il simbolo presente sulla facciata — una pietra da mulino accanto a un molino a due cilindri — sintetizza perfettamente la filosofia originaria del progetto: il dialogo continuo tra agricoltura, trasformazione e industria.
L’imponente struttura venne progettata nel 1884 dall’architetto tedesco Ernst Wullekopf, mentre la monumentale torre neogotica — oggi sede dell’Imperial Suite — fu aggiunta successivamente, arrivando quasi a sfidare l’altezza del campanile di San Marco e ridisegnando il profilo architettonico della Giudecca.
Dopo le difficili vicende politiche e familiari che portarono la famiglia Stucky a essere progressivamente emarginata durante il Fascismo — anche per il rifiuto di italianizzare il cognome — il complesso attraversò un lungo periodo di abbandono, fino all’intervento della Soprintendenza alle Belle Arti che ne impose il recupero conservativo. Dopo il passaggio al Gruppo Acqua Marcia, fu la famiglia pugliese Marseglia a investire nella rinascita definitiva del Molino, riportandolo alla vita sotto insegna Hilton nel 2007. Una scelta imprenditoriale tutt’altro che casuale. L’Hotellerie viene infatti interpretata dalla proprietà come una vera e propria “industria che non si ferma mai”, concetto che dialoga perfettamente con la memoria storica del luogo. Oggi il Hilton Molino Stucky Venice ospita realtà gastronomiche differenti ma complementari come Aromi e Bacaromi, entrambe guidate dallo chef executive Ivan Fargnoli, oltre allo Skyline Rooftop Bar, dove la bartender Valentina Mircea firma una proposta costruita tra signature cocktail e grandi classici internazionali. Ma è proprio all’interno di Aromi che prende forma una delle identità gastronomiche più mature e interessanti della Venezia contemporanea. La cucina firmata da Ivan Fargnoli nasce da un percorso professionale che attraversa oltre diciotto anni trascorsi tra Asia, Cina e Dubai, portando con sé influenze orientali profonde, in particolare legate alle culture gastronomiche indiana e thailandese. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente non è l’utilizzo dell’elemento asiatico in sé, quanto la capacità di integrarlo nella cucina italiana senza forzature, senza esercizi stilistici e soprattutto senza perdere leggibilità. Aromi non costruisce piatti “effetto”. Costruisce equilibrio. Fermentazioni, acidità, affumicature, umami e componenti vegetali vengono utilizzati con grande misura, quasi con disciplina narrativa. Ogni elemento ha una funzione precisa all’interno del piatto, senza mai sovrastare l’identità principale dell’ingrediente. Durante la degustazione — guidata con sorprendente maturità dal sous chef Luigi Miorin, appena ventinove anni, in assenza dello chef executive — emerge chiaramente una cucina che non rincorre la spettacolarizzazione, ma la profondità gastronomica reale. L’inizio del percorso è già una dichiarazione di intenti: piccoli paninetti cotti al vapore e poi fritti all’origano, farciti con salsa di pomodoro fermentato e completati da gelatina umami di pomodoro e zest di limone. Accanto, tacos di sedano rapa con salicornia, tre pepi e Tosaatsu — aceto affumicato al tonno — e una lattuga di mare fritta in tempura di riso con polvere di limone nero. Piatti che lavorano su fermentazione, croccantezza, tensione acida e profondità marina con grande controllo. L’abbinamento con Ferrari Perlè Metodo Classico accompagna il primo movimento del menu con precisione quasi chirurgica, regalando verticalità, pulizia e una tensione minerale perfettamente coerente con la cucina. Anche il pane racconta la stessa filosofia del percorso: focaccia alla curcuma, grissini artigianali e pane a lievitazione naturale serviti con burro leggermente salato di Normandia.
Un passaggio apparentemente semplice che, in realtà, rivela attenzione assoluta verso materia, tecnica e coerenza. Tra i piatti più convincenti emerge il tagliolino di calamaro con dashi allo zenzero, olio al coriandolo e caviale Caluga Gold. Un piatto di grande eleganza marina, dove il lavoro sulla temperatura, sulla componente iodica e sulla profondità umami raggiunge un equilibrio raro.
Il pairing con Arndorfer Riesling Strasser amplifica tensione, mineralità e precisione aromatica. Lo “spaghetto al nero” — ottenuto non con nero di seppia ma con carbone vegetale — lavora invece su bisque di crostacei, yuzukosho, ricci di mare e cipollina fresca. Un piatto costruito sulla stratificazione aromatica più che sulla potenza, che trova nel Orto di Venezia 2025 un compagno ideale per sapidità e carattere lagunare.
I tortelli ai fegatini con brodo di pollo, mano di Buddha e liquirizia rappresentano probabilmente il lato più introspettivo della cucina di Aromi. Profondità, balsamicità e agrume convivono in un equilibrio raro, capace di rendere contemporaneo un gusto fortemente identitario senza impoverirne la memoria gastronomica. Straordinario il lavoro sull’anguilla leggermente affumicata alla paglia e laccata all’umeboshi, accompagnata da taccole, ravanelli marinati in aceto di banana fatto in casa e salsa al rabarbaro. Qui il pairing con il sakè Heavensake Junmai raggiunge uno dei vertici assoluti della degustazione, dimostrando una sensibilità sugli abbinamenti di autentico livello internazionale.
Il piccione — servito attraverso diverse lavorazioni tra petto rosato con salsa alla rosa canina, asparago bianco, tartufo e collo ripieno di interiora — rappresenta invece il passaggio più tecnico e profondo dell’intero percorso. Il pairing con Ceretto Barbaresco accompagna la portata con eleganza tannica e grande precisione aromatica. Anche il finale mantiene lucidità e coerenza narrativa: dessert costruiti su mango, passion fruit, calamansi, cacao e acidità tropicali, chiusi magistralmente dal Ceretto Barolo Chinato, balsamico, speziato e quasi meditativo. Ma la vera forza di Aromi risiede probabilmente nella sua armonia complessiva.
Un plauso speciale va alla brigata di cucina, percepita durante tutta la degustazione estremamente coesa, preparata e perfettamente sincronizzata: Luigi Miorin, Alessio, Angelo, Zoe, Federico ed Eno. Lo Chef Executive Ivan Fargnoli non era presente durante la nostra esperienza, ma è impossibile non sottolineare come Luigi Miorin abbia guidato il percorso gastronomico con sicurezza, maturità e sensibilità tecnica sorprendenti per la sua età, dimostrando una capacità di gestione della cucina davvero notevole.
Allo stesso modo merita una menzione particolare anche la sala, elegante, preparata e mai invasiva. Giovanni, Riccardo, Vittoria, Sara e Andrea accompagnano il percorso con professionalità, precisione narrativa e autentica capacità di accoglienza, contribuendo a costruire un’esperienza fluida e internazionale. Di altissimo livello anche il lavoro svolto sulla degustazione dedicata proposta durante la serata, costruita con attenzione, personalità e coerenza gastronomica. Gli abbinamenti vino — dal Ferrari Perlè fino al Barolo Chinato Ceretto, passando per Riesling, sakè e interpretazioni territoriali come Orto di Venezia — dimostrano ricerca, equilibrio e una sensibilità non comune nel dialogo con la cucina. Esperienze come questa ricordano come oggi l’alta ristorazione non possa più limitarsi alla sola tecnica. È nell’armonia tra cucina, sala, racconto, ospitalità ed emozione che nasce realmente una tavola capace di lasciare memoria. Ed è proprio questa maturità silenziosa, oggi, a rendere Aromi uno degli indirizzi più convincenti della nuova alta ristorazione veneziana.
Aromi
All’interno di Hilton Molino Stucky Venice
Sestiere Giudecca 810, 30133 Venezia (VE)
Chef Executive: Ivan Fargnoli
Sous Chef: Luigi Miorin
Cucina contemporanea internazionale con influenze orientali, fermentazioni, umami e forte attenzione alla materia prima locale e lagunare.
Fascia prezzo: oltre 100€ a persona
Aperto a cena – Prenotazione consigliata
Telefono: 041 272 3316







