Via del Campo 2014 Irpinia Falanghina doc, Quintodecimo

16/8/2021 1 MILA
La Falanghina di Luigi Moio
Via del Campo 2014 Quintodecimo

Una Falanghina entusiasmante e purissima dopo sette anni dalla vendemmia, tra l’altro di una annata per nulla facile e scontata. E’ stato questo il bianco scelto per Ferragosto, celebrato su una linguina alle cozze appena rosè e pe cui era stato scelto questo vino ecumenico. Infatti a conquistato tutti per l’eleganza, la freschezza, la bella sensazione di frutta gialla croccante al naso ritrovata al palato, di un bianco ancora molto lontano dallo Zenit.

Abbiamo sempre considerato un errore bere presto i vini campani, quelli di Moio in particolare. La sua ossessione per la perfezione riesce a dare risultati veri e profondi solo a chi sa aspettare e non si fa prendere dalla fregola di stappare. I vini appena nati, proprio come i bimbi in un reparto nascite, alla fine si somigliano, chi più e chi meno. Bisogna vederli crescere, ed è così anche per questi vini capaci di dare soddisfazioni enormi solo dopo molti anni.
Il mio consiglio dunque è conservare, conservare e, dopo un bel po’ di tempo, trovare il coraggio di stappare. La Falanghina poi è sempre stato il vino, devo confessarlo, che ho seguito con meno attenzione nella batteria di vini proposti da Moio. Invece i risultati che può regalare non sono meno interessanti di quelli del Fiano e del Greco proprio perchè con il tempo, se ben impostata dalla nascita, la Falanghina regala agli appassionati sensazioni enormi di piacevolezza e, quel che interessa all’appassionato, di complessità olfattiva.
A distanza di sette anni Via del Campo per esempio ha un cenno di fumè che ne amplifica il sapore consegnando il vino a piatti più ampi e strutturati.

Davvero un vino straordinario. Moio non sbaglia un colpo. E’ il momento di aumentare il prezzo.

www.quintodecimo.it

 

5 commenti

    Alfredo Zimmaro

    Buongiorno Luciano se posso fare una osservazione sui prezzi della falanghina via del campo mi pare che già siano al top della tipologia oscillando in rete tra i 30 e i 40 euro.
    E palese che il professore Moio sia una istituzione sia a livello nazionale che internazionale ed è anche vero che come i prodotti artigianali tipo le cravatte di Marinella vanno pagate ma forse spingere troppo in alto i prezzi precluderebbe la possibilità per molti appassionati di comprare e degustare vini del genere.
    Un saluto cordiale

    16 Agosto 2021 - 07:50

      Luciano Pignataro

      Gentile Alfredo, questione eterna questa dei prezzi. Noi italiani, e noi meridionali in particolare, non siamo abituati a pensare che le nostre cose possano costare. Un olio a otto euro ci pare caro, salvo poi pagare una cifra doppia per quello che mettiamo nella macchina. Ricordo le polemiche nel 1993 contro il Montevetrano perché costava troppo e ricordo i feroci attacchi della corrente neupaperista campana contro i prezzi di Moio. Le stesse persone non criticavano un Sassicaia nato in una zona senza alcuna tradizione vinicola o non esitavano e non esitano, a spendere cento euro per un village francese.
      I fatti, non le opinioni, hanno dimostrato che il mercato per questi vini c’è. Tanto che Moio, secondo me forzando anche se stesso, ha deciso di uscire con i bianchi d’annata senza aspettare un anno perchè la pressione del mercato è fortissima.
      Il punto vero non è se i prezzi sono alti, ma se sono o meno espressione di un progetto di vino compiuto. In 20 anni Moio ha praticamente completato il suo piano, acquisendo proprietà per il Greco di Tufo a Tufo, piantando Falanghina invece di acquistarla (magari già fatta) nel Sannio, acquistando il vigneto a Lapio per il Fiano. Quanto ai due Taurasi e al Terre d’Eclano il visitatore ce li ha sotto gli occhi quando va in cantina.
      Non c’è alcun motivo, se non la propria insicurezza commerciale, per cui un Taurasi che secoli di tradizione debba costa meno di un Suertuscans nato negli anni ’90: alla fine tutte la viticultura italiana di qualità nasce dopo il 1986, è storia recente. All’epoca il Barolo si regalava per sei Dolcetto acquistati. Ci sono state zone agricole e imprenditori più bravi nel dare valore ai loro vini di altri. Ma una zona agricola diventa tale quando non c’è la percezione che il vino di un singolo è caro. Ma quando il vino del territorio è percepito come caro e importante. Più reddito in bottiglia significa pagare bene chi lavora, magari assumere qualcuno in più, investire nella ricerca, nella comunicazione. Frenare l’abbandono del territorio. Sappiamo che per i produttori di vino la vera banca è il vigneto. Ecco dunque perchè ho chiuso il pezzo in maniera un po’ provocatoria: il mio sogno è che tutta la Falanghina possa costare di più. Solo così si potrà vendere di più in un futuro che è già iniziato nel mercato del vino. il mercato dell’emozione ha sostituito quello dell’alimento.

      16 Agosto 2021 - 08:14

        Massimiliano Bergantino

        Quanto ha ragione Luciano Pignataro! Alcuni anni fa ero nelle Langhe nella zona di Monforte d’Alba. Due cene, entrambe nello stesso luogo: “Antica osteria della posta”. La seconda sera, il sommelier del ristorante, era curioso di sapere da dove provenivo. Quando gli dissi “Irpinia” da subito disse “terra di grandi vini ma venduti ad un prezzo imbarazzante”. Ovviamente chiesi conto di quali vini / cantine specifiche parlava. Mi disse Taurasi Riserva Mastroberandino e Taurasi Quintodecimo (alcune delle nostre punte di diamante anche per quanto riguarda il prezzo). Al ritorno in Irpinia ho raccontato la storiella del sommelier a diversi amici che pur amano la buona cucina ed il buon vino e, cosa questa ancor piu’ imbarazzante, la maggior parte di loro pensava che il sommelier ritenesse “imbarazzante” l’eventuale prezzo alto dei due vini di cui sopra mentre, ovviamente, si riferiva ad un prezzo ancora basso per il valore dei due Taurasi dei due Professori. A voi le dovute considerazioni

        17 Agosto 2021 - 13:27

          Luciano Pignataro

          Grazie per questa illuminante, semplice ed esplicativa testimonianza che vale cento editoriali

          17 Agosto 2021 - 17:37

    Alfredo Zimmaro

    Gentile Luciano la questione del prezzo è importante perchè non tutti i vini sono all altezza qualitativa e stilistica dei vini del professore Moio, non mi sognerei mai di spendere 400 euro per un Sassicaia potendo comprare con la stessa cifra tutta la batteria di vini di Quintodecimo, anzi fa piacere sapere che, nonostante le pressioni del mercato e l uscita dei bianchi Via del Campo, Giallo D’Arles ed Exultet anticipata all annata corrente, sia stata realizzata la Grande Cuvee Luigi Moio 2018 a prezzi allo scaffale di 90 euro, è giusto che i vini campani vadano pagati il problema e che probabilmente saranno poi bevuti da chi può spendere e molto spesso però non capisce niente di vino e lo fa giusto per darsi arie in pizzeria o al ristorante.
    Di recente ho degustato le annate 2016-2017-2020 dell Efeso Mantonico di Librandi pagate anche 10 euro e sinceramente ho avuto le stesse sensazioni provate con il fiano Vigna della Congregazione del compianto Antoine Gaita di cui ricordo un bellissimo incontro alla Mostra d’Oltremare di Napoli a Vitigno Italia 2007.
    In effetti la nostra regione tranne che per il Montevetrano, che preferisco al Sassicaia, è espressione di vini da vitigno autoctono così variegato da non avere probabilmente eguali in Italia.
    Cordialità

    17 Agosto 2021 - 10:16

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