La leggenda di Marsala si rinnova nei vini di Nino Barraco e Francesco Intorcia

7/2/2017 3.4 MILA
Barraco, vigne
Barraco, vigne

di Gianmarco Nulli Gennari

Per la maggioranza degli italiani, esclusi i nostalgici del Risorgimento, Marsala è sinonimo di un vino più che di una città. Per gli appassionati, ahimè, è anche sinonimo di una denominazione dal nobile passato che a un certo punto, con una scelta che ha pagato nell’immediato ma alla lunga si è rivelata poco lungimirante, ha svenduto la propria immagine a favore di un prodotto più facile da vendere (marsala all’uovo per lo zabaglione della nonna, marsala in bottiglioni per la scaloppine della mamma) ma che in definitiva ha squalificato un vino di razza, unico al mondo, in grado di rivaleggiare nelle sue migliori versioni con Porto, Sherry e Madeira su tutti i mercati mondiali.

La risalita, lenta e ancora tutta da percorrere, passa attraverso l’opera illuminata di un eccezionale personaggio, Marco De Bartoli, che a poco a poco è riuscito a contagiare con la sua visione altri produttori storici del comprensorio, a partire dalla Florio che con la sua gamma alta e la sua potenza commerciale oggi fa di nuovo sventolare in alto il nome Marsala.

C’è da affrontare una situazione difficile, che ha nel frattempo coinvolto tutta la tipologia (pensiamo ad esempio, in Sardegna, alla Malvasia di Bosa e alla Vernaccia di Oristano). I vini di stile ossidativo, in molte zone d’Italia erano una volta considerati vini di consumo addirittura rituale, offerti a parenti e amici la domenica dopo la messa. Nei distretti di più lunga tradizione e vocazione, tutte le famiglie o quasi ne producevano, magari senza etichettarlo e destinandolo al consumo privato.

Oggi il problema principale è che il consumatore spesso non li conosce abbastanza e fa comunque fatica a collocarli: non sono classici vino da pasto, a seconda del grado alcolico e di quello zuccherino possono essere adatti come aperitivo, sui formaggi, sui dolci a pasta secca. Ma vallo a comunicare, nell’era dell’happy hour, dell’apericena, del cocktail e del superalcolico da branco.

Nello specifico, è quasi simbolico che proprio lo scorso anno, a settembre, il ministero dell’Agricoltura abbia ufficialmente ritirato il riconoscimento al Consorzio del Marsala, dopo anni di litigi tra i produttori e di attività di promozione ai minimi termini.

Eppure nella zona di Marsala e Trapani, che continua a detenere il record di provincia più vitata d’Europa, non mancano nuovi fermenti e giovani imprenditori che cercano di rilanciare la fama dei vini locali, puntando magari anche sulle tipologie più classiche (bianco e rosso “fermi”, spumanti) ma senza mollare al suo destino il prodotto che prende il nome dalla città dello sbarco dei Mille.

Tra Natale e Capodanno siamo andati a trovare alcuni esponenti di questa nouvelle vague e quello che segue è il nostro resoconto.

Tra i capofila della “nuova” Marsala c’è senz’altro Nino Barraco, alfiere di una viticoltura sensibile alle ragioni dell’ambiente, vero artigiano che in pochi anni (la prima etichetta è del 2004) si è conquistato uno spicchio di fama tra gli amanti dei vini “naturali”. Lo andiamo a trovare nella sua nuovissima cantina, terminata di costruire solo un anno fa, un parallelepipedo bianco che si staglia nelle campagne a nord della città e alle spalle del litorale, all’altezza dello Stagnone, dell’isola di Mozia, dei mulini ad acqua e delle saline che separano Marsala da Trapani.

Undici ettari in tutto, per ora la produzione totale è di 35mila bottiglie, con una parte di bianco venduto sfuso, ma si punta ad arrivare a 50mila. Lui, che ha raggiunto un certo successo con i suoi bianchi e rossi monovitigno (da uve grillo, zibibbo, catarratto, perricone e nero d’Avola), da pochi anni ha intrapreso una piccola produzione di un Marsala cosiddetto pre-English*. E lo ha chiamato Alto Grado, richiamando anche nel nome un’antica tradizione delle cantine marsalesi che indicava la botte migliore e il vino più prestigioso. Per ora si tratta di poche centinaia di bottiglie e non abbiamo avuto la fortuna di assaggiarlo, ma ci siamo consolati con gli altri vini.

Barraco, vini
Barraco, vini

Nino parte con un metodo classico Pas dosé, millesimo 2011, un grillo in purezza che è rimasto 36 mesi sui lieviti. Un po’ feccioso al naso, squaderna invece una bollicina molto elegante. “È un vino che non si farà più perché vogliamo dedicare tutta la nostra attenzione al Marsala”, ci dice. Si comincia a fare sul serio con il Vignammare 2015, un grillo fresco, dotato di grande acidità, da vigneti giovani vicino al mare, of course. Grande personalità dal Catarratto 2015, da vigne di trent’anni: molto estroverso, dal naso fruttato e floreale, quasi aromatico. Bel palato, ottima persistenza agrumata (mandarino). Si scala ancora verso l’alto con il Grillo 2015, da piante di quarant’anni giacenti a 50 km da qui, a Castelvetrano. Naso complesso, di stile ossidativo (ma non ossidato!), altrettanto importante in bocca, succoso, dolce e di buona lunghezza, ben disposto al dialogo.

Con il Pignatello 2013, da uve perricone, passiamo ai rossi. Si tratta a nostro avviso del vino meno convincente, anche se ha un intrigante olfatto balsamico e iodato (“uova di riccio!” esclama qualcuno). Al palato è molto tannico ed esibisce una discreta profondità, ma si dimostra anche scorbutico e un po’ rustico. Quindici giorni di macerazione sulle bucce. Il Nero d’Avola 2014 è forse il vino più interessante della batteria. Naso speziato ed ematico, ruggine, sorso con grande scorta di acidità e mineralità, bella chiusura fruttata, notevole la scia salina che accompagna la deglutizione. A chiudere la sessione di assaggi il Milocca 2008, un nero d’Avola in stile Marsala Rubino che sfoggia 17,5% di alcool e 40 grammi di zuccheri residui. Grazie all’acidità tipica del vitigno abbiamo un bicchiere molto bilanciato, nessuna stucchevolezza ma solo la dolcezza dell’uva di provenienza. Buona anche la prova della tenuta all’aria, con conseguente aumento di temperatura.

Sempre nello stesso quadrante della campagna marsalese, a nord-nordest rispetto al Centro storico, c’è la piccola cantina-garage dell’enologo Vincenzo Angileri, dai trascorsi illustri presso cantine prestigiose come Benanti. Vincenzo imbottiglia e commercializza il suo vino da un paio di anni, una microproduzione di seimila bottiglie nel 2014, incrementate nel 2015 fino ad arrivare a diecimila pezzi. Per ora dalla cantina, intitolata “Viteadovest”, escono un Rosso frutto di alberelli di nero d’Avola e nerello mascalese, reimpiantati nel 2011 in località Capo Ferro, con terreno argilloso e ciottoloso, sulla strada che porta a Salemi, e un Bianco macerato da uve grillo (80%) e catarratto di 40-50 anni in località Gurgo, su giaciture sabbiose, vicino alla città e a tre km dalla litoranea che conduce a Trapani. Il progetto comprende, in prospettiva, un Marsala, partendo da una botte “madre” del 1973 acquistata presso la cantina sociale di Birgi. Il prossimo anno, oltre alla terza annata di Bianco e Rosso, usciranno anche un passito a dir poco singolare da uve cabernet sauvignon (!) della vendemmia 2015 e un bianco non macerato sulle bucce a prevalenza catarratto (80%) con saldo di grillo.

Viteadovest, vigne
Viteadovest, vigne
Viteadovest, vigne
Viteadovest, vigne

Molto generosamente Vincenzo ci guida tra le botti facendoci assaggiare le partite ancora in affinamento tra legno e acciaio. La versione 2015 del Bianco finora uscita in commercio, quella a prevalenza grillo che fa 15 giorni di macerazione sulle bucce, è davvero interessante e già espressiva, elegante, con una macerazione gestita con evidente misura e saggezza. I campioni di botte 2015 del Rosso mostrano invece un tannino ancora sopra le righe e un’acidità più timida del previsto (ma restiamo fiduciosi che una volta in bottiglia il vino saprà restituire la stessa carica di originalità, complessità e freschezza dimostrata in questi mesi dall’annata 2014). Molto buona , invece, una botte di nero d’Avola in purezza che, come ci comunica puntualmente Vincenzo, sarà con ogni probabilità imbottigliata a parte.

Ultima tappa di questa breve panoramica marsalese è una cantina storica, Intorcia, che da qualche anno ha subìto un impulso nuovo, soprattutto a livello di comunicazione, grazie al giovane Francesco Intorcia. Si tratta appunto di un’azienda attiva dagli anni Trenta del Novecento, quando a Marsala il mercato del vino era prospero e i produttori erano addirittura 225. Le dimensioni della struttura sono ancor oggi testimoniate dagli enormi silos in cemento vetrificato che troneggiano sotto altissimi soffitti, e dalle innumerevoli botti di castagno, di rovere francese e di Slavonia.

Intorcia, cantina botti
Intorcia, cantina botti

Il nuovo progetto è stato intitolato significativamente “Heritage – Antologie dei vini di famiglia” e ha visto dapprima l’immissione sul mercato di tre bottiglie vintage (da singola annata) del 1980: Vergine, Superiore Ambra e Semisecco, poi di altre dai millesimi 1994 e 2004. Da due anni è partito anche il progetto riguardante il “perpetuo” (vedi nota) sia per il grillo che per il nero d’Avola. Per il Marsala sono quattro gli ettari di proprietà a disposizione, giacenti su un cru a nord (Stagnone) e uno a sud (contrada Casale, verso Petrosino). Poi ci sono altri ettari di Grillo e nero d’Avola per il perpetuo.

Vini Intorcia
Vini Intorcia
Vini Intorcia
Vini Intorcia

Il Marsala Riserva Superiore Ambra Dolce 1980 ha fatto subito centro, vincendo il premio dell’Eccellenza della Guida 2017 dell’Espresso, e sfoggia un naso caleidoscopico, con eucalipto, miele, scorza d’arancia candita, frutta sotto spirito. Il sorso dolce è sorretto da una viva corrente salina, è equilibrato e molto persistente. Il Marsala Riserva Vergine 1980 è, se possibile, ancora più affascinante: senza l’aiuto degli zuccheri mantiene un carattere più autentico, con note salmastre sia all’olfatto che al palato, frutta secca (fichi e mandorle), rimandi vegetali e agrumati. Sapido, minerale, di grande freschezza e allungo. Il Marsala Superiore Ambra Semisecco 1994 è quasi altrettanto impressionate con i suoi profumi affumicati e speziati (cannella, caffè) seguiti dal dattero e dall’albicocca. In bocca è morbido ma di buon contrasto rinfrescante. La caratteristica di tutti questi vini è che l’alcool (siamo sui 18°) non si sente e la complessità non va a scapito della bevibilità.

Francesco ci propone anche un paio di annate del “perpetuo” (anche se la parola non può essere utilizzata in etichetta). Il Grillo Igt 2016, in anteprima, ha un naso molto complesso dalle intriganti sfumature ossidative e un floreale netto ed elegante; il sorso è agile e di estrema piacevolezza. Più scontroso il Grillo Igt 2015, con olfatto segnato dal legno e dalla frutta gialla matura; al palato risulta leggermente abboccato, intenso ma un po’ caldo.


* Gli inglesi, infatti, a partire dal mitologico commerciante John Woodhouse, modificarono il metodo di vinificazione del vino locale (il
perpetuum, dove la singola botte veniva ogni anno rabboccata col vino nuovo) e introdussero la pratica della “conciatura”, con aggiunta di mosto cotto al vino, e il metodo soleras, quello dello sherry e dell’aceto balsamico tradizionale, dove il travaso delle annate avviene di botte in botte.