Vitigno Italia a Villa Campolieto. Il vino campano espressione del territorio


Vitigno Italia a Villa Campolieto

di Tonia Credendino
Diciannove cantine hanno composto a Villa Campolieto una mappa della viticoltura campana, attraversando il Vesuvio, l’Irpinia, il Sannio e le Terre del Volturno. È questo il dato centrale di Hallo-Wine. Baccanali partenopei: il vino tra mito, memoria e riti ancestrali, il percorso curato da Vitigno Italia nell’ambito dell’appuntamento organizzato da Drop Eventi il 31 ottobre.
La selezione ha restituito una Campania vitivinicola ampia e tutt’altro che uniforme, nella quale l’identità regionale nasce dall’incontro fra territori profondamente diversi. Suoli vulcanici, rilievi interni, aree collinari e antiche zone rurali si traducono in vitigni, denominazioni e interpretazioni capaci di raccontare la complessità produttiva della regione.
Tra le cantine presenti, Donnachiara ha portato la voce dell’Irpinia e di una storia imprenditoriale costruita intorno alle donne della famiglia Petitto. Fondata nel 2005 a Montefalcione, l’azienda è oggi guidata da Ilaria Petitto, che ha raccolto il progetto avviato dalla madre Chiara e il legame con la bisnonna alla quale la cantina deve il proprio nome. Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi sono le coordinate di un lavoro rivolto alla valorizzazione dei principali vitigni e delle denominazioni irpine.

Vitigno Italia a Villa Campolieto

Il versante vesuviano è stato rappresentato da Sorrentino Vite Vulcaniche, realtà di Boscotrecase nata dal lavoro di Paolo Sorrentino e oggi proseguita dalla nuova generazione, guidata dal figlio Giuseppe. Nei vigneti cresciuti sui terreni vulcanici del Vesuvio, l’azienda coltiva Caprettone, Piedirosso, Falanghina e Aglianico, oltre alle uve destinate alle diverse interpretazioni del Lacryma Christi. Una viticoltura nella quale il vulcano non costituisce soltanto un riferimento geografico, ma determina la natura dei suoli e l’identità stessa della produzione.
Dal Sannio è arrivata Fontanavecchia, cantina della famiglia Rillo con sede a Torrecuso. Il suo percorso è legato soprattutto alla Falanghina del Sannio e all’Aglianico del Taburno, due vitigni che hanno contribuito in maniera decisiva alla riconoscibilità enologica del territorio beneventano. La presenza dell’azienda ha aggiunto alla degustazione il racconto di una zona produttiva che ha costruito la propria crescita sulla continuità tra esperienza familiare, lavoro in vigna e valorizzazione delle denominazioni.
A rappresentare l’Alto Casertano è stata Alife Agricola, realtà di Piedimonte Matese legata alla coltivazione della vite nelle Terre del Volturno. La sua presenza ha richiamato l’attenzione anche sul Pallagrello Bianco, varietà profondamente connessa all’area caiatino-matesina e a una storia viticola che negli ultimi decenni ha ritrovato spazio e riconoscibilità.

Vitigno Italia a Villa Campolieto

Sono quattro esperienze diverse, scelte all’interno di una partecipazione molto più ampia, ma sufficienti a mostrare quanto sia articolato il sistema vitivinicolo campano. Accanto a esse, aziende come Antonio Pagliaro Wine, Cantina dei Monaci, De Falco Vini, La Fortezza, Pietreionne, Tenuta Cavalier Ferrante, Tenuta Tralice, Tenuta Zeoli, Tenute Vignola e le altre realtà coinvolte hanno completato un percorso che ha riunito imprese, vitigni e territori differenti.
Il riferimento ai baccanali ha ricondotto il vino alla sua funzione più antica. Nella cultura mediterranea, il calice appartiene alla convivialità e alla condivisione, ma è anche uno strumento attraverso il quale leggere il paesaggio agricolo, il lavoro delle famiglie e l’evoluzione delle comunità. Inserire la degustazione in un contesto culturale più ampio significa restituire al vino questa dimensione, superando una narrazione limitata agli aspetti tecnici o commerciali.
Anche la proposta gastronomica ha partecipato alla costruzione del racconto. I food corner hanno affiancato i vini attraverso preparazioni legate alla ristorazione e alla produzione campana, confermando il rapporto tra il calice e la tavola come uno dei principali elementi identitari della regione. Il valore dell’iniziativa risiede proprio nella capacità di tenere insieme questi due ambiti senza ridurli a semplici elementi accessori.
La scelta di Villa Campolieto ha dato al percorso un preciso riferimento storico. La residenza settecentesca del Miglio d’Oro, i cui lavori furono diretti da Luigi Vanvitelli a partire dal 1763, rappresenta una delle testimonianze più significative dell’architettura vesuviana ed è oggi gestita dalla Fondazione Ente Ville Vesuviane.
Accogliere il vino campano in una dimora storica significa mettere in relazione due espressioni dello stesso territorio. Da una parte il patrimonio architettonico del Miglio d’Oro, dall’altra una viticoltura che continua a interpretare paesaggi, varietà e tradizioni produttive della regione.
L’esperienza curata da Vitigno Italia indica così una direzione concreta per la promozione del vino campano. Portare le cantine nei luoghi della cultura consente di raccontare la regione attraverso i suoi produttori e di restituire al vino il ruolo che gli appartiene: testimonianza agricola, economica e culturale di una terra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.