Garantito Igp. San Calisto, il Montepulciano di montagna di Valle Reale a Popoli

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Luciana Biondo, alle sue spalle, i vigneti di Valle Reale

“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti
Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Forse le sfide più esaltanti del vino sono quelle contro la banalità: ci sono uve segnate dal passato abbondante e sempliciotto e da un presente di metamorfosi se pensi nel caso nostro a quanto Montepulciano d’Abruzzo sia servito in altre regioni negli ultimi anni.

Ora se voi siete in viaggio sull’autostrada Roma e Teramo notate all’altezza di Popoli l’abbassamento della temperatura: qui, nello snodo tra la Maiella, il Gran Sasso e i monti della Laga c’è Valle Reale, l’azienda di 70 ettari condotta da Leonardo Pizzolo fondata nel 1999 con dieci vendemmie imbottigliate alle spalle. Una delle cinque (Pietrantonj, Cataldi, Gentile e Presidium) della piccola tribù del Montepulciano venuto dal freddo.

Luciana Biondo e Leonardo Pizzolo

Leonardo è qui da dieci anni, da Verona la famiglia lo ha catapultato in Abruzzo dove si è ben acclimatato e fatto le sue esperienze riuscendo anche a fare radicali correzioni di rotta, come espiantare l’inutile merlot che su questo piccolo altopiano a 350 metri di altezza veniva anche un po’ male.
L’idea è quella di fare un Montepulciano estremo, si punta sulla vecchia vigna San Callisto con il classico tendone abruzzese piantato su terreno sassoso a calcareo 40 anni fa. Vigne vecchie, dunque.

Valle Reale, il terreno

La sfida alla quantità che si fa tra il mare e la montagna, dentro questa valle, è piena di rischi: si vendemmia sempre nella prima settimana di novembre, l’ultimo grappolo della 2004 fu tirato giù il 17 novembre per la precisione. Inoltre l’azienda è a conversione biologica.
Quali sono le conseguenze di questa cornice?.L’acidità totale vicino a 7, l’estratto sui 30, l’alcol a quota 13,5.
I numeri si possono tradurre usando la papilla come scanner: il San Callisto, nelle versioni 2004 e 2006 che abbiamo provato, ha una prepotente spinta acida, assolutamente opposto alla morbidezza a cui ci ha abituato il senso comune di questa uve nelle sue banali e diffuse espressioni, grande bevibilità e leggerezza, tannini presenti ma ben risolti. E, devo aggiungere, con il legno ottimamente dosato dopo la fermentazione alcolcica che dura poco meno di venti giorni. Dopo 18 mesi in barrique e 6 di bottiglia il San Callisto si presenta con il fascino dei vini di montagna: sottile e bevibile, senza però perdere il carattere ruspante del Montepulciano.
Il legno, dicevamo, ci appare molto ben dosato: al naso non è invasivo, resta in bella evidenza una frutta scura. Si affaccia con un po’di spezie e notarelle balsamiche che però non dettano il tema olfattivo, ma lo ingentiliscono e lo rendono cangiante. In bocca poi l’ingresso non ha mediazioni dolci, l’acidità gratifica il palato rinfrescandolo con piacevoli rimandi al fruttato avvertito dal naso, la chiusura è pulita, lievemente amarognola.
Un Montepulciano non da meditazione (questa espressione mi rimanda chissà perchè a forme di onanismo), ma da bere tosto su capretti, agnelli, paste al ragù napoletano in una cucina senza se e senza ma.
Abbiamo voluto presentarvi questo rosso nel Nord del Regno delle Due Sicilie per offrirvi un altro esempio, oltre a quelli già noti e consolidati negli anni ’90, di come questa uva sia davvero straordinaria e ricca di potenzialità. L’importante, in questo come in tutti i casi che riguardano la viticoltura in territori vocati, è non rassegnarsi alla banalità, cercare carattere e, soprattutto, non avere l’ossessione di piacere a tutti.
Parlo dei Giovani Igp? Certo, ma anche del nostro San Callisto: la 2004 da bere a vagonate, la 2006 buona, magari da aspettare ancora un po’.

Valle Reale, Popoli. ContradaSan Callisto, tel .085.9871039. www.vallereale.it. Ettari: 70 di proprietà di cui 60 vitati. Bottiglie prodotte: 380.000. Vitigni: trebbiamo e montepulciano. Fa il vino Luciana Biondo.
Luciano Pignataro


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3 commenti

  • Lello Tornatore

    (20 settembre 2010 - 10:51)

    Ecco, questo è il ragionamento! Una volta le viti si piantavano lì dove non era possibile effettuare altre coltivazioni. Perchè il terreno era povero dei cosiddetti “macroelementi ” (azoto, fosforo e potassio), perchè era difficile da lavorare per la sua struttura fisica ( molto pietroso), perchè le condizioni pedoclimatiche erano proibitive e per altre motivazioni riconducibili sempre a difficoltà tecniche. Gli “antichi”, come solitamente apostrofiamo i nostri progenitori, la sapevano più lunga di quanto immaginiamo e perciò sapevano bene che la vite, per dare il massimo in termini qualitativi, ha bisogno di condizioni tali che per altre colture sarebbero di “stress”. E perciò si riescono ad ottenere in tali condizioni, anche da vitigni, mi si passi il termine, “semplici”, qual’è il montepulciano, dei vini eccellenti, complessi e longevi che possano deliziarci in misura molto maggiore rispetto a produzioni ottenute dallo stesso vitigno, ma non da “viticoltura di montagna”.

  • Angelo

    (20 settembre 2010 - 10:55)

    Un gran bel vino, e da non perdere il Montepucliano “base” di Valle Reale, eccezionale per rapporto prezzo-qualità!

  • alessandro bocchetti

    (20 settembre 2010 - 12:26)

    bella riflessione. Il progetto valle Reale è veramente interessante, alle belle note di Luciano aggiungere che oltre il 50% del san Calisto da quest’anno è in fermentazione spontanea e nel futuro la quota andrà crescendo, proprio per preservare le peculiarità del bel territorio montano.
    L’Abruzzo sta crescendo ad un ritmo velocissimo, abbandonando la retorica di un montepulcianone “mangiabevi” e un po rozzone, per vini più sottili e piacevolmente acidi, come vuole la tradizione storica del montepulciano. Assaggiate i vecchi Pepe e Valentini e scoprirete vini spesso retti dall’acidità e con un grado alcoolico relativamente basso per le latitudini… Però Luciano basta parlare di “tendone” ma come si faceva da noi parliamo di pergola abruzzese ;-)
    Resta il dispiacere che l’Abruzzo non colga ancora ovunque i risultati di una bella storia di rinnovamento e tradizione, figlia delle grandissime potenzialità di quest’uva straordinaria: il Montepulciano! Tradizionalmente “cura” di vitigni più scarichi ;-)
    ciao A

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