Vigneti delle Dolomiti Cuvée Extra Brut 2005-2006 Pojer & Sandri

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“Il cibo ed il vino secondo Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani.
Ogni lunedì, i tre blog di Vino Igp (I Giovani Promettenti) offrono ai loro lettori un post scritto a turno dai giornalisti Carlo Macchi, Luciano Pignataro e Franco Ziliani”.

Irregolare (e un po’ strambo) come sono, mi piace moltissimo trovare analoghe stramberie e segni di irregolarità o quantomeno di un pensiero non omologato nei produttori di vino. Chi mi conosce sa che sarà ben difficile attendersi da me elogi di donne e uomini del vino conformisti e prevedibili (ancor meno dei tanti furbetti e opportunisti presenti tra vigneti e cantine) e che il mio occhio di riguardo andrà sempre a persone che sappiano abbinare un indubbio valore qualitativo del loro prodotto ad un pizzico di originalità quando non addirittura di salutare “pazzia” (alias personalità e creatività). Per la rubrica collettiva del “Garantito IGP” di questa settimana ho pertanto pensato ad un vino e ad un personaggio che rispondono bene a questo identikit di prodotto e produttore un po’ fuori dagli schemi, persuaso che questo vino del trentino Mario Pojer, che con Fiorentino Sandri conduce sulle colline di Faedo la bella azienda, e distilleria, Pojer & Sandri, unanimemente considerata come uno dei fiori all’occhiello del Trentino vinicolo, e una delle più belle risposte all’assurdo regime di potere della triade delle maxi Cantine Cooperative, potesse rendere bene l’idea di quello che avevo in mente.

Come non giudicare difatti “originale” e assolutamente non schematico un metodo classico prodotto in Trentino, un ottimo Extra Brut per cui il produttore ha scelto scientemente, con un ragionamento che non fa una grinza, di non presentarlo né come Trento Doc, denominazione che evidentemente non sembra dire granché agli stessi protagonisti, visto che sul sito Internet della denominazione lo si vede autodefinire “spumante”, né tanto meno come Talento, come preferisce invece, seppure continui ad essere un Trento Doc, fare una cantina come Rotari Mezzocorona? Per la sua prova d’autore come “spumantista” metodo classico il baffuto Pojer, uno che le uve arriva a lavarle, con una specie di “Jacuzzi” personalmente ideata e brevettata, ha pensato che la soluzione migliore, quella che meglio corrispondeva alla sua “filosofia” del vino, alla sua pratica di fare, da tanti anni ormai, vini che puntualmente diventano, dal Müller Thurgau alla Nosiola, dal Faye ai più recenti uvaggi bianchi, dei termini di riferimento, fosse non entrare nel calderone del Trento Doc e tenersi alla larga dall’autentico “ritorno dei morti viventi” che è il Talento. Meglio avvalersi, come già per altri vini, dell’Igt Vigneti delle Dolomiti, dichiarare in etichetta, come ha sempre fatto, che il vino è una cuvée non solo di uve, Chardonnay, generalmente un 65%, e Pinot nero, 35%, da vigneti a “pergoletta trentina aperta”, bensì una cuvée di due annate. Nel caso della bottiglia di cui parlerò del 2005 e del 2006, allo scopo di trovare una sintesi ideale ed un giusto punto di maturazione per le proprie bollicine. Un vino che nasce da uve che provengono anche da un mix di microclimi e situazioni diverse: sul conoide del comune catastale di Faedo in località Pianezzi a 500 metri di altezza con esposizione Sud-Ovest ed in località Palai a 700 metri di altezza con esposizione Sud, posizioni entrambe piuttosto ventilate per l’influenza dell’Ora del Garda (il celebre vento che trae origine dal non lontano grande lago). Composizione geomorfologica particolare anche dei terreni, visto che Faedo è posta “tra la formazione permiana della piattaforma porfirica (roccia vulcanica) e i depositi werfeniani di arenarie, siltiti, marne, calcari, e dolomie”. Un terreno, quindi, “variabile in profondità da 30 a 100 cm, è di tipo limoso–calcareo e poggia su un conglomerato marnoso”. Vinificazione anche questa particolare, visto che prevede, come si legge nella scheda tecnica del vino, “fermentazione ed invecchiamento in piccoli fusti di rovere a contatto del proprio lievito con l’effetto della “clessidra”, settimanalmente il vino va rimescolato. La rifermentazione in bottiglia è fatta in primavera utilizzando vini base di due annate e di due varietà diverse, la sboccatura si effettua dopo non meno di 30 mesi di permanenza sui lieviti. Il risultato è un prodotto ben strutturato, importante, considerevolmente vinoso, ben lontano dagli stilemi cui corrispondono parecchi Trento Doc che più che fungere da aperitivo, e nemmeno di quelli più stuzzicanti, non possono fare, che si propone davvero come un Extra Brut da portare e godere a tavola, un prodotto, per usare un termine molto utilizzato, “da tutto pasto”. Di gran tono il colore nel bicchiere – chez moi le flutes sono state messe al bando – un paglierino oro squillante, naso molto deciso, ben secco, intenso senza concessioni, ben maturo e ricco, con note evidenti di frutta esotica, pompelmo, ananas, di frutta secca, soprattutto mandorla, con nitidi accenni minerali. Altrettanto secco, anti-ruffiano per definizione, asciutto sin dal primo sorso, con un attacco ben deciso e perentorio, ma poi questo Extra Brut si allarga bene in bocca, ricco, ampio, strutturato, con una certa cremosità che lo rende molto piacevole, pur in un quadro decisamente confermato di vinosità, di ampia spalla, di largo sostegno, da “bollicina” di personalità e di carattere ben saldo. Un Extra Brut d’impianto “gastronomico”, un vino che si esalta a tavola anche su abbinamenti impegnati e inconsueti, un metodo classico trentino che non si accontenta della fragranza e dell’immediatezza, un po’ piaciona, dello Chardonnay, seppure di alta collina, non certo di pianura, ma cerca e trova nuove sintesi, una complessità superiore, con l’apporto del Pinot nero. Uno di quei vini, lo dico a ragion veduta, avendo avuto il modo di provare in cantina con Mario bottiglie con qualche annetto di vita, che emergono e vengono fuori, alla grande, anche sulla distanza..

Roba da passisti del metodo classico, non da teorici del mordi e fuggi…

Franco Ziliani

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