Caro Allan Bay tra essere schiavo di Longino, Selecta e Jolanda de Colò o della ideologia del chilometro zero c’è una via ragionevole?

7/9/2017 13.7 MILA
Allan Bay
Allan Bay

di Marco Contursi

Proprio l’altro giorno leggevo su Repubblica, la divergenza di opinioni tra Allan Bay e Peppe Guida sulla opportunità o meno di approvvigionarsi dal mercato globale, rappresentato da società che forniscono ai ristoranti tutto o dal mercato locale, fatto spesso di piccoli produttori.

Ora, premesso che non condivido nulla di quello che dice Allan Bay sulla ristorazione, poiché credo abbia una visione della ristorazione da bocconiano settentrionale, ossia per lui un ristorante è una grossa impresa, con tanti attori e comparse, votata solo al profitto e con una clientela facoltosa. E questo è vero forse per una ristretta minoranza di clienti facoltosi o appassionati.

Se non la pensasse così non si spiegherebbero affermazioni come “Se uno chef è in giro a promuovere il suo locale, che è il suo compito prioritario”, “sono più guardingo in trattoria dove non ho il coraggio di mettere il piede in cucina”, “meglio un pasto in un grande ristorante che 10 in trattoria”, senza dimenticare che nella querelle su Landi, il cuoco licenziato per non aver voluto servire pasta scotta, Bay si è schierato contro questo purista ricordando che il cliente ha sempre ragione.

Ma le cose non stanno così. Un ristorante non è solo una impresa ma ANCHE una impresa.

Questo perché, oggi, se non lo fai con passione e guardi solo i sacrifici fatti e il guadagno, il 70% dei locali chiuderebbe poiché non ci sono più gli incassi di una volta e i sacrifici sono aumentati.

Questo perché, un ristoratore vero, è uno che ha cura del cliente pure se di passaggio e sa che non lo vedrai più e quindi se ti dice che il vino non gli piace, tu gli cambi la bottiglia, dimenticando la massimizzazione del profitto.

Questo perché il compito di uno Chef è stare soprattutto ai fornelli, non a fare il “fareniello” in giro o in tv, perché sono pochi i locali che si possono permettere grandi brigate, perché, al sud, i Grandi (Esposito, Caputo, Guida, Iaccarino…) li trovi in cucina a sgobbare e non a fare le prime donne con la divisa pulita, perché se il cliente va in un locale e non trova lo chef, gli girano i cabassissi.

Questo perché ci sono locali in piccoli paesi che restano aperti per offrire un servizio, fosse pure solo far mangiare tutti i giorni i 4 carabinieri della locale stazione.

Questo perché le trattorie sono le vere depositarie della cultura gastronomica italiana, fatta di piatti che raccontano una storia che spesso si fonde con le vicende socio storiche di un paese. Quindi, la cassata ad esempio, è il risultato delle varie dominazioni che si sono succedute in sicilia e racconta mille anni di storia, mentre un dolce inventato oggi da uno chef, per quanto buonissimo mi racconta solo di questo chef, che non è poco, ma vuoi mettere con 1000 anni. Ci vuole rispetto per le trattorie, certo non tutte sono all’altezza ma mai generalizzare.

Questo perché il cliente, se vuole mangiare quello che ha in testa, mangia a casa sua o si prende un personal chef. Un ristorante ha una offerta precisa ed uno è libero o meno di accettare, non è libero di rompere le scatole perché paga. Il pago-spendo-pretendo lasciamolo al grande cumenda Nicheli.

Questo perché fare la cacio e pepe con olio o burro è una bestemmia, che la dice lunga…

Premesso tutto ciò, dico che nella scelta tra globale e locale va usato il metodo dei cerchi concentrici. Partendo da una cucina locale e fatta con prodotti locali, posso allargarmi sempre più se localmente un ingrediente non lo trovo, fino ad arrivare in Australia se voglio preparare un piatto col canguro.

Ma poi, riflettendo, ha senso fare canguro al forno a Sorrento? Io dico di no, a meno che non si tratti di un locale che fa della carne esotica il suo punto di forza. Ma se io vado in un locale sorrentino, sia esso trattoria o stellato, mi aspetto di trovare prodotti del posto che non trovo altrove e quindi limone femminiello, provolone del monaco, pescato locale ecc.

Questo perché, la vera risorsa di un ristorante, oltre alla bravura dello chef, sono i prodotti, diversi da quelli che trovo altrove.

A comprare roba costosa sono buoni tutti, ma c’è il rischio di omologazione. A meno che un locale, non sia il solo in zona, ad usare determinati prodotti a catalogo (esemp Joselito) e quindi riesce ad avere una sorta di esclusiva che può quindi portargli clienti (che amano il joselito). Ma basta che un locale vicino fa la stessa scelta commerciale e addio esclusiva. Oltre che spesso l’uso indiscriminato del catalogo è un modo per ovviare alla mancata capacità di operare scelte in autonomia. E’ come il cliente, ignorante di vino, che compra la bottiglia costosa, sicuro che berrà bene. Ma non sempre è cosi. Proprio recentemente ho provato dei salumi da catalogo, costosissimi e pessimi, spacciati da chi li aveva acquistati per vere prelibatezze. Questo perché il l’ acquirente non aveva gli strumenti culturali per fare una serena valutazione, che prescindesse dal nome e dal prezzo.

Se, faccio un esempio, grandi ristoratori da Nord a Sud mi facessero trovare la stessa guancia brasata o lo stesso erborinato nel piatto di formaggi, a me le scatole girerebbero: per quanto preparata diversamente certi sapori si assomigliano quando la materia prima è la stessa.
La verità è che spesso siamo di fronte a una omologazione dei sapori che è una cosa tristissima in Italia, così ricca di biodiversità alimentare.

Oltretutto, comprare tutto a catalogo non aiuta l’economia locale, oltre a creare malumori tra i produttori del posto che, in molti casi, sono poi i primi clienti di questi locali. Se io, pescivendolo vicino, vedo che al tuo locale scaricano dai furgoni casse di pesce e da me non compri una alice, sarò il primo a boicottarti. Al sud funziona così.

Che poi nulla vieta di usare prodotti non locali, ad esempio pasta o un formaggio se nelle mie zone non c’è. Ma sempre con criterio e integrandolo in un menù con largo uso di prodotti del posto.

Il modello di Bay, ossia comprare tutto a catalogo, ha senso di esistere solo nei grandi ristoranti di città come Milano o Roma, dove l’affluenza è sempre tantissima, la clientela particolare e l’approvvigionamento locale è difficile. Ma partendo da questo, arrivare a dire “Beato chi trova fornitori di agnello locali ma a norma, cioè col bollo UE” ce ne passa. A norma si trovano, eccome, poiché anche il produttore locale ha un codice stalla e macella in una struttura autorizzata. Qui nessuno parla di andare dal vecchietto che fa abusivamente 4 caciocavalli nella tinozza dietro casa. E tranne pochissimi posti che fanno una cucina internazionale, tanti della grande ristorazione italiana Don Alfonso, Nonna Rosa, Dal Pescatore, 4 Passi, Taverna del capitano, Ciccio Sultano ecc.. usano prodotti locali o comunque di piccoli produttori italiani. O addirittura se li producono in proprio, a garanzia piena di freschezza e qualità. Poiché il cliente, soprattutto se internazionale questo vuole: quello che non trova dalle sue parti. Può un giapponese desiderare di mangiare manzo di Kobe a Roma o un Francese bere champagne a Napoli?Suvvia, siamo seri.

Inoltre, la tecnica deve essere al servizio della materia prima e non viceversa. Che senso ha comprare la stessa pancia di maialino, e poi dover cercare di renderla unica con cotture fantascientifiche, quando comprando da un produttore che non fornisce altri, e fa qualità, io sto gia a ¾ del lavoro?

Quindi, nessuna demonizzazione dei cataloghi, che però solo in rari casi (esemp braceria che tratta carni estere) possono trovare una valida spiegazione al loro uso massivo. Diverso è comprare qualcosa perché non facilmente reperibile altrimenti. Qualcosa, non la spesa per tutto il menù. E largo uso di prodotti locali, italiani, di qualità naturalmente. Anche perché in certi campi, siamo davvero i migliori. Ma lo siamo quando si parla di piccole produzioni, poiché sono pochissimi i prodotti realizzati in gran numero che mantengono inalterata la qualità e le produzioni a catalogo difficilmente possono rientrare nei piccoli numeri. Oltretutto a comprare a catalogo, si spende molti di più poiché se tutti di un vitello vogliono solo il filetto o di un maialino la pancia, da questi pezzi ci deve uscire il costo di tutto il resto dell’animale che finirà in hamburger e salsicce. E oltre ad essere antieconomico e anche contro le politiche ambientali e di una corretta gestione zootecnica.

Io adoro il Joselito. Ma mi dà molta più soddisfazione trovare un buon salume di un produttore locale. Soprattutto se l ho scoperto io. Soprattutto se ce l’ ho solo io.

p.s. A catalogo potete trovare tutto ma non le meravigliose graffe che fa Peppe Guida. Altro che kobe, si squagliano in bocca.

37 commenti

    Alfonso

    (7 settembre 2017 - 11:57)

    Finalmente mi trovo d’accordo al 99,5% con Marco Contursi, mi capita di rado.
    Allan Bay… ma siamo proprio sicuri che ci capisce qualcosa di cibo veramente?
    Sulla pizza & Allan Bay ho già da tempo steso il famoso pietoso velo, dobbiamo stenderlo anche sul cibo?

    Pietro

    (7 settembre 2017 - 12:31)

    Cito biografia
    Allan Bay è nato a Milano nel 1949. Si è laureato in Economia politica alla Bocconi con una tesi in Storia economica. Si è occupato della vendita di macchine per la produzione di lampadine, di editoria scientifica, tecnica e medica e di produzioni televisive. Dal 1994 è giornalista nel settore enogastronomico.
    Direbbe Peppino a Totò: Ho detto tutto! Da costui potremmo imparare qualcosa sulle lampadine, probabilmente. Sulla cucina è un dilettante, come me.

    Luciano Pignataro

    (7 settembre 2017 - 12:39)

    Alt, alt, alt. Si discute nel merito e non sulle persone. A prescindere dal corso degli studi Allan è una autorità in materia di cibo. Ha la sua visione che è milanocentrica, ma questa è un’altra questione e non mette in discussione la sua autorevolezza

    Sergio Grasso

    (7 settembre 2017 - 12:50)

    L’unico blog che seguo e che condivido quasi sempre. Bravo Pignataro, fuori dal coro e mai genuflesso.

      Enzo Vizzari

      (7 settembre 2017 - 15:10)

      “Visione milanocentrica” di Allan Bay? Mai sentito parlare – lo dico prima a te, Luciano, e poi ai signori Marco Contursi, Alfonso, Pietro, Luca… – ripeto: mai sentito parlare della Garzantina “Cucina” , di “Cuochi si diventa”, di “La cucina nazionale italiana”… Che tristezza vedere tanto qualunquismo e tanto livore fondati sull’ignoranza.

        Pietro

        (7 settembre 2017 - 16:30)

        Luciano hai ragione, ma nel merito ci aveva pensato già Marco Contursi. Non sum Dignus.
        Per quanto riguarda il sig Vizzari, se fossi Renzi e si parlasse di banche risponderei “Ignorante lo dice a sua sorella”. Siccome non sono Renzi e si parla di cucina, mi limito a rispondere “non si permetta di giudicare persone del cui livello di cultura e conoscenza lei è ignorante ………….nel senso che ignora” (Aldo, Giovanni e Giacomo)

          marco contursi

          (7 settembre 2017 - 16:46)

          Guardi Vizzari, mi tengo “l’ignorante” solo perchè ha l’età di mio Padre……non ha però il suo acume, nè la su abilità nella comprensione di un testo (il mio di cui sopra)….d’altronde mio padre per 40 anni ha fatto il Professore……lei ha mangiato.Ognuno fa quello che può….

    luca

    (7 settembre 2017 - 12:52)

    “Allan Bay… ma siamo proprio sicuri che ci capisce qualcosa di cibo veramente?” (Alfonso)

    Allan Bay è bravissimo in cucina. Ci sono pochi critici che sappiano cucinare come lui.
    Ma basta questo per farne un critico con due marce in più?
    Basta questo per attribuire alle sue “OPINIONI” una rilevanza superiore?
    NO.
    Come critico non rappresenta il mio modello e ha molte carenze, tra cui quella di non CRITICARE NEGATIVAMENTE un locale.

    Marco Contursi è stato abile, in alcuni passaggi, ha evidenziare alcuni tratti della personalità e della filosofia che stanno dietro alle “OPINIONI” di A B.

      Enzo Vizzari

      (7 settembre 2017 - 17:40)

      Oltre a leggere qualche testo di Allan Bay (di cui lei, come il signor Pietro, è evidentemente “ignorante”), si faccia dare da suo padre qualche lezione di sintassi italiana.

        Marco contursi

        (7 settembre 2017 - 18:16)

        Guardi Vizzari non credo di aver bisogno di lezioni di sintassi né da lei né da altri…..lei piuttosto se,dopo gli studi di legge ha preferito la tavola alle aule forensi, è forse perché la toga di avvocato le stava stretta.Se lo ricordi e non venga qui a fare il difensore d ufficio di Allan Bay nè a dare delle spiegazioni da due soldi (ignoranza,livore) dall alto della sua saggezza senile a quello che ho scritto,a seguito di alcune affermazioni del dott Bay su Peppe Guida.Non mi serve conoscere tutti gli scritti di Bay per contestare una sua affermazione che non condivido.

    luca

    (7 settembre 2017 - 12:53)

    (h) a evidenziare

      Pietro

      (7 settembre 2017 - 19:32)

      Vizzarri, le lascierò l’ultima parola (che lei non merita: infatti pur non conoscendomi si arroga il diritto di conoscere quali letture io abbia nel mio carniere ………….A meno che lei abbia doti profetiche o di veggente non si capisce come possa azzardare cotanta arrogante sicumera………).
      Comunque non sprecherò tempo ulteriore a risponderle. Non ne vale la pena. Contursi ha argomentato, lei insulta senza portare un solo argomento decoroso a smentire ciò che Contursi ha scritto e che io condivido al 100%.

    fabrizio scarpato

    (7 settembre 2017 - 13:11)

    Mah… il quesito non mi attizza (anche perché credo nessuno sia schiavo di alcunché, e tutt’al più il km zero mi fa venire l’orticaria). Ma soprattutto perché è quesito retorico, avendo già in sé la risposta: la via ragionevole. Che sta nel mezzo, e che credo alla fine venga seguita dalla stragrande maggioranza dei ristoranti (che son diversi dalle trattorie). E ragionevole richiama anche l’uso del cervello, nonché l’assecondare le proprie passioni, le proprie intuizioni, il proprio peculiare modo di vedere le cose: insomma credo che quello che fa la differenza non sia la provenienza di qualità ma il manico del cuoco e la sua fantasia. Non mi preoccupa la provenienza del maialino da latte quanto la sua ottusa diffusione, la sua ripetitiva preparazione, la sua riconoscibilissima ad ogni latitudine presentazione. Poi ci sono i contesti, è ovvio, ma si entra nel particolare, nell’occasionale, nel sentimento, nel godimento che è fatto di attimi, momenti, sbrodolamenti inclassificabili, e come tali, parafrasando l’illustre filosofo Raz Degan… sono fatti miei.

    Achille Lanata

    (7 settembre 2017 - 13:56)

    cosa volete sperare da uno che mi ha detto : Slow Food dovrebbe essere bruciata e sulle ceneri andrebbe cosparso il sale.Io non ce l’avevo con lui quando gli risposi ( male) ma con quelle che lo avevano invitato a La Spezia in piazza Brin a sparlare di cucina con relative scemenze al seguito,personaggio squallido .

    Marco contursi

    (7 settembre 2017 - 15:16)

    Ma poi vedendo solo il lato economico i prodotti amata logo dovrebbero essere limitati poiché per gran parte sono stranieri e quindi tolgono guadagno a uno dei pochi settori italiani che funzionano:la produzioni agroalimentari.Saranno pure comode per un ristorante ma se poi falliscono le economie locali,chi andrà a mangiare in quel ristorante?nin certo il produttore di formaggio francese o L allevatore di agnello neozelandese.Tranne che nelle grandi città una economia di prossimità è la sola via percorribile per andare avanti.Chi non lo capisce è perché vive una realtà diversa fatta di posto fisso o realtà macroeconomiche.

    Marco contursi

    (7 settembre 2017 - 15:17)

    Amata logo= a catalogo….sto col cell sorry

      fabrizio scarpato

      (7 settembre 2017 - 17:24)

      Marco è una ovvietà. E lo ha capito gente come Bottura, che conduce con buon successo un’Osteria emiliana, e che non è né è mai stato in antitesi culturale rispetto alla trattoria di paese. Lo hai scritto tu stesso nel post, dal quale si evince che solo gli incapaci ricorrono in toto al catalogo, e noi dagli incapaci cerchiamo di non andare, o comunque li fiutiamo a distanza. Ma alla fine, Marco, la domanda sorge spontanea: cosa cavolo (rigorosamente nostrano) ci azzecca il posto fisso con il manzo di Kobe?

    Luciana

    (7 settembre 2017 - 16:11)

    Allan Bay, chi era costui ?
    Ha detto tutto FAbrizio Scarpato, esiste una via ragionevole .

      fabrizio scarpato

      (7 settembre 2017 - 17:12)

      No, no… cara Luciana. Sarebbe meglio invertire i fattori: “ha detto tutto Allan Bay, sulla cucina e sullo specifico tema, compresa quella ragionevolezza che talora latita altrove, mentre l’interrogativo sull’identità lo metterei decisamente su Scarpato ;-) ;-)

        Enzo Vizzari

        (7 settembre 2017 - 17:43)

        Bravo Fabrizio!

    luca

    (7 settembre 2017 - 19:09)

    Vizzari può schierarsi a favore di un collega e di un amico.
    Io sono stato uno dei pochi a schierarmi in sua difesa quando l’hanno attaccato su tutti i food blog e anche sul piano personale(ricordate la presentazione della nuova guida Espresso e la polemica con la Michelin). Ricordo anche che ho polemizzato con Vizzari su questo blog.

    Ma non mi piace come Vizzari è intervenuto nei confronti di Marco Contursi, che sinceramente stimo.

    Aggiungo che ho due libri di Allan Bay. Ho detto che è bravissimo in cucina. E lo confermo.
    Ma non li ricomprerei e non perché non sono buoni(i libri) ma perché come personaggio lo conosco molto meglio.

    Vizzari, le guide non le compro più da anni…tutte.

    marco contursi

    (8 settembre 2017 - 10:06)

    Ringraziando Luca per la stima, proprio stamattina leggevo un sondaggio della Nielsen condotto tra 32mila persone di 62 paesi. In italia, a differenza di altre nazioni, il 62% compra prodotti a marchio internazionale nei settori dell’elettronica e della automobilistica mentre, nel food il 76% preferisce marchi Italiani, e di questo 76%, il 45 % vuole che siano di prossimità. Più chiaro di così….

      fabrizio scarpato

      (8 settembre 2017 - 10:18)

      Chiaro che a circa il 60% degli intervistati non interessa granché la prossimità. Può dispiacere ma è così. In fondo mi sembra anche un buon risultato, anche se Marco riuscirebbe a trasformarlo in un plebiscito… ;-)

    Marco contursi

    (8 settembre 2017 - 11:37)

    CVedi Fabrizio, come scrisse una volta un lettore, io scrivo delle cose di una ovvietà quasi banale e quindi provare a confutarle significa solo perdersi in inutili sofismi, atti a confutare una verità lapalassiana. Io ti ho appena detto che su 1000 italiani, 760 vogliono prodotti italiani e di questi 760, circa la metà vuole che siano di prossimità, ossia il cosiddetto km0. Quindi quale numero vedi a sostegno delle tesi di Bay???? Oltretutto, in un post qui sopra scrivi “ha detto tutto Allan Bay, sulla cucina e sullo specifico tema, compresa quella ragionevolezza che talora latita altrove”…..ora se fai attenzione, Bay scrive “Il mercato a cui deve fare riferimento uno chef, non è altro che l’insieme dei prodotti che gli vengono offerti da grossisti più o meno bravi. Chissenefrega da dove provengono, e in quale maniera. Il chilometraggio non conta, e nemmeno il mezzo di trasporto….Beato chi trova fornitori di agnello locali ma a norma, cioè col bollo UE”…..”, mentre io scrivo “Quindi, nessuna demonizzazione dei cataloghi, che però solo in rari casi (esemp braceria che tratta carni estere) possono trovare una valida spiegazione al loro uso massivo. Diverso è comprare qualcosa perché non facilmente reperibile altrimenti. Qualcosa, non la spesa per tutto il menù. E largo uso di prodotti locali, italiani, di qualità naturalmente”……quindi, la posizione talebana è la mia o quella di Bay?E tu come fai a sostenere il contrario?Suvvia, un minimo di oggettività devi averlo.Sennò sei come quello che sostiene che dire “la vespa ha 4 ruote”è una libera opinione…..mentre invece è altro…..

      fabrizio scarpato

      (8 settembre 2017 - 12:21)

      Cioè vuoi sostenere, sempre che il sondaggio abbia una validità, che se circa 400 persone su 1000 richiedono un generico ricorso al prodotto di prossimità, il dato confuterebbe la tesi di Bay, secondo la quale il Mercato di riferimento, con la M maiuscola, avrebbe una certa predominanza rispetto alla pur commendevole e auspicabile fornitura locale? Mi sembra il contrario (il 60% è pur sempre una bella maggioranza) pur rallegrandomi della sensibilità di quel circa 40% di attenzione ai prodotti di territorio. E ti dico due cose, anche alla luce delle tue estrapolazioni: la prima è che si dimostra che, come già detto, il “buon senso” (lo dico con una certa ritrosia) dovrebbe prevalere, e di fatto prevale, nelle scelte di cuochi avveduti e attenti (di quelli ciarlatani non ce ne può fregare nulla). La seconda che tu e Bay dite la stessa cosa, partendo da presupposti diversi, da considerazioni e osservazioni diverse, ma dite la stessa cosa, e cioè che ci vuole equilibrio, nella qualità certificata. Fattene una ragione, sempre che tu non voglia dimostrare tutto e il contrario di tutto a tuo uso e consumo.

    Marco contursi

    (8 settembre 2017 - 16:57)

    Fabrizio,i dati che riporti non sono quelli che ho citato io.Su 1000 persone,750 vogliono mangiare italiano e di questi 750,400 vogliono il km 0….significa che 750 su mille non vogliono prodotti a caalogo che per gran parte sono Esteri.Carni e formaggi che ci sono nei cataloghi,almeno quelli visti da me,sono esteri poiché solo all estero si possono avere certi numeri per ragioni di spazio,basti pensare a bovini ed ovini.Tu dici che io e Bay diciamo la stessa cosa e cioè che ci vuole equilibrio ma a me sembra lui dica altro,ossia che non gli importa da dove viene il prodotto basta che sia buono,sono io che dico che è a preferire il locale,integrandolo con quello a catalogo quando necessario.Immagina per un attimo……vai da Arbustico a Valva….ottima cucina….zona di allevamenti e pastorizia e trovi le costolette di agnello neozelandese o il formaggio di latte di cammella e neanche una briciola di agnello locale o del famoso pecorino del monte marzano……ti sta bene?a me e altri 750/1000 no……ad Allan Bay e altri
    250 si…….tutto qui.Non è difficile.Poi ognuno fa come vuole.Io per esperienza ti dico che le microeconomie nei paesi sono la sola ancora di salvezza,mentre nelle città è diverso.Alla Pergola posso capire di trovare solo black angus e agnello neozelandese,Da Don Alfonso no.Tutto qui,lapalissiano.

    fabrizio scarpato

    (8 settembre 2017 - 17:15)

    E’ lapalissiano che non sai far di conto ;-). Perché 750 preferiscono l’italiano, e non necessariamente di prossimità, qualità che interessa solo circa 350 persone su 1000. Come al solito rigiri la frittata, secondo la regola del “dove sta scritto”, regola inapplicabile perché alla fine scrivi di tutto un po’, un colpo al cerchio e una alla botte. Ah.. guardando il menu di Arbustico, certamente agnello, maiale e manzetta saranno locali, ma insomma Torsiello, che è bravo e senza paraocchi, non disdegna anguille, gamberi rossi, zucchine trombetta, cozze, quaglie e… udite persino la fava tonka ;-)

    Paolo Vizzari

    (9 settembre 2017 - 10:38)

    Non entro nel merito della diatriba centrale perché è tutta questione d’opinioni, ma siccome mi ha fatto ridere la risposta data a riguardo, vorrei dire al signor Contirsi che mio padre ha oggettivamente ragione su una cosa: il suo uso della sintassi è tremendo. Prime due righe dell’articolo, e già un esempio di buffo anacoluto involontario causato da una virgola che tronca il periodo dando alla frase un significato diverso (ed evidentemente non ricercato in origine).

    È scienza, non opinione.

    Conta poco rispetto al tema dell’articolo? Forse, ma rispondere sprezzante “Non ho bisogno di lezioni di sintassi da nessuno” pur non sapendo usare nemmeno la punteggiatura… Lo trovo arrogante.
    Proprio come l’attacco a persone di cui non si conosce quasi nulla a parte una manciata di articoli che parlano di pastasciutta e riso.

    Concludo dicendo che se scoprire un salume e averlo in esclusiva per lei lo rende più buono, continui pure a mangiare idee e artifici mentali senza usare il palato.
    Io mi tengo il sapore e mangio Joselito.

    Marco contursi

    (9 settembre 2017 - 11:37)

    Lo so che preferisce Joselito…..anche perché il piccolo produttore non regala viaggi promozionali all estero,vero Paolo?

    luca

    (9 settembre 2017 - 14:50)

    Luca Iaccarino ha superato il padre? No.
    E Paolo Vizzari?
    Si, oltre a superare Andrea Docimo.

    Ma intervenire in difesa del padre(che svolge lo stesso lavoro) è s-t-i-l-i-s-t-i-c-a-m-e-nte meno bello di una distrazione grammaticale. Poi basterebbe leggersi qualche post di Marco Contursi per vedere che scrive bene e ha CONTENUTI(e valori) che scarseggiano sul web gastronomico.
    (Ricordo che ho anche polemizzato con lui(M C) quando non sono d’accordo: vedi post sulla professionalità dei critici e food blogger).

    Più grave della brutta entrata di Paolo Vizzari mi è sembrato il silenzio di food blogger che conoscono Marco Contursi e…non hanno mosso un dito sulla tastiera.

    Marco Galetti

    (9 settembre 2017 - 15:49)

    ” ‘O purpo s’adda cocere cu’ l’acqua soja…a Napoli si vive nell’eccesso ma non si amano gli atteggiamenti eccessivi ” le dita sulla tastiera si devono muovere in soccorso di chi è attaccato e non sa o può difendersi, non è questo il caso.

      marco contursi

      (10 settembre 2017 - 14:22)

      Gentile Luca,grazie davvero per il suo intervento a mio favore, a Lei,e solo a Lei, spiego il perchè ci siano due errori di sintassi nel mio pezzo, che poi sono 1 virgola e un premetto sostituito con premesso. Deve sapere che poichè non ho la fortuna di scrivere di cibo per lavoro, non avendo un padre direttore di guida che mi mette in linea di successione, posso farlo solo nei ritagli di tempo e spesso sono fuori casa, ergo detto il pezzo per telefono ad un amico, che mi fa il piacere di scriverlo. Io quasi sempre lo rileggo poichè per telefono qualche parola può essere fraintesa, in questo caso per mancanza di tempo, essendo trascorsi già due giorni dalla notizia, non l’ho fatto.Tutto qui. D’altronde è facile per telefono confondere un premetto con un premesso. Detto ciò, trovo poco di classe, in una discussione su un tema delicato, intervenire, senza portare uno straccio di contributo motivato, ma solo offendendo (“ignorante””livoroso” il padre) o contestando la sintassi (il figlio), visto che capita a molti, per fretta o perchè scrivono col cell, anche nei commenti, di scrivere una parola sbagliata (eccezione con 2 zz, ecc). Purtroppo si fa questo per distogliere l’attenzione del lettore da temi diversi, come ad esempio i viaggi promozionali che alcune aziende riservano a giornalisti e critici. Sicuramente se lo fanno, sperano in un tornaconto. Se poi lo hanno e in che termini, noi non lo sapremo mai.Comunque grazie Luca. Mi piacerebbe conoscerla, chissa magari un giorno mi dice chi è. Sappia una cosa, che molti che non si sono palesati in pubblico mi hanno scritto in privato. 34 richieste di amicizia e 16 messaggi su facebook in privato, tutte persone che non conosco, tutte del nord. Qualcuna pure importante..

        marco contursi

        (10 settembre 2017 - 14:24)

        Come darti torto ;-)….iniziano i primi freddi, mozzarella time….ieri per monitorare la situazione ne ho provate 3….giudizio inalterato.Manca poco.

    Joselito

    (9 settembre 2017 - 17:00)

    Signor Paolo, dunque i piccoli produttori italiani possono chiudere bottega tanto c’è Joselito? E chi ne parla perde tempo tanto c’è Joselito? Mah

    Paolo Monti

    (9 settembre 2017 - 20:40)

    Ma io finalmente leggo uno che dice la verità . Ma la vogliono smettere questi grandi chef di mettere la salsa di soia e altri ingredienti che non gli competono o no?????

    luca

    (10 settembre 2017 - 14:59)

    Attenti A QUEI DUE.
    Marco C, i Vizzari non “sbaglieranno” mai… perché viaggiano sempre in due:
    uno corregge l’altro e si guardano le spalle e il c… a vicenda.

    Ma il rischio di fare brutte figure c’è pure per loro.
    E mangiare Joselito … non ti protegge dal diventare un presuntuoso ridicolo.

    Marco contursi

    (10 settembre 2017 - 15:26)

    Io oggi ho mangiato un’ottima nduja….e ho un salamino pezzente da provare….Salumi poveri…..Godo come un riccio nella mia miseria….magari un giorno Joselito regala pure a me due fette, visto che insegno analisi sensoriale dei salumi….vabbe….credo che farò prima a rompere il salvadanaio e comprarle.Solo che mi dispiace troppo prendere a martellate un maialino…..fosse stato a forma di anforetta…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *