Donne produttrici: il vino italiano al femminile 3| Angela Velenosi

6/3/2021 593
Angela Velenosi
Angela Velenosi

di Chiara Giorleo

Dopo una lunga serie sulle critiche di vino, il focus si sposta sulla produzione al femminile. Zone di ispirazione, stili produttivi e prospettive: ecco qual è l’approccio delle produttrici italiane.
Come membro dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle produttrici di diverse regioni d’Italia per saperne di più.

Oggi lo chiediamo ad Angela Velenosi

Angela inizia a fare vino a soli 20 anni quando, nel 1984, con il marito Ercole, fonda “Ercole Vini” ad Ascoli Piceno partendo dapprima con vitigni locali per poi aprirsi anche alle varietà internazionali. Nel 2000 la Ercole Vini si trasforma in Velenosi srl (Velenosi Vini – Azienda Vinicola Ascoli Piceno) raggiungendo i 105 ettari e un successo che la rende riferimento produttivo sia in Italia sia all’estero. Nel 2011 viene insignita dell’onorificenza di Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Italiana e nel 2013 diviene Presidente del Consorzio Vini Piceni. Nel 2015 è stata Testimonial della Regione Marche in occasione di Expo 2015. Nel 2017 è eletta vice-presidente della Confersercenti di Ascoli Piceno. Nel 2018 è nominata Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

 

Quando e come hai iniziato a fare vino?

È una bella avventura. Guardando indietro a questi 36 anni e a come sia nata la mia storia con il vino mi rendo conto di quanto io sia stata folle e fortunata. Quando ho iniziato avevo 20 anni e mio marito appena 25. Siamo partiti con terreni di famiglia, ma nessuno sapeva indirizzarci su questo mestiere. Abbiamo iniziato a produrre vino senza avere alle spalle un territorio conosciuto, senza dominazioni importanti che ci aiutassero a farlo conoscere, e soprattutto senza esperienza e nessuno di famiglia nel settore. È stata una strada in salita. Ho dovuto studiare molto, imparare il mestiere, e soprattutto affrontare il mondo. Non è stato facile: abbiamo fronteggiato tanti ostacoli e ho ricevuto tante porte in faccia. Nonostante le cadute, uscivo fortificata da ogni batosta. Mi sentivo forte, invincibile. Mi sono sempre sentita come Forrest Gump, che non smette mai di correre e accetta sempre nuove sfide. Oggi, a 56 anni, ancora sento quell’energia combattiva che avevo all’inizio. Forse ho meno forza, ma finalmente ho più esperienza.

Quali sono i tuoi riferimenti o le tue zone di ispirazione in Italia e all’estero?
Non ho una determinata zona di riferimento perché sono molto curiosa e amo sempre assaggiare nuovi vini.  La mia fortuna è non avere preconcetti, quindi nel vino mi innamoro molto spesso. Ogni territorio ha le sue peculiarità e la sua magia. I vini che amo di più sono quelli che sanno meglio esprimere i caratteri tipici di ciascun territorio. In questo senso non è una dote assoluta, ma cambia a seconda dei produttori o delle annate. Sicuramente questa dote, saper far risaltare la propria tipicità, è quella che mi emoziona sempre e a cui tento di ispirarmi.

Credi che lo stile produttivo possa cambiare tra uomo e donna?
Penso di sì. Non penso che lo stile di una produttrice possa essere meglio o peggio, ma penso che possa essere differente.  Una donna ha una relazione diversa coi propri vini. Se penso alla mia esperienza, li considero come figli: la nascita di un’etichetta è simile a una gestazione. Per questo io credo che le donne sappiano accudire, curare, condurre i propri vini, e lo facciano amorevolmente. È una dote materna, femminile, che non credo sia un fattore voluto, ma quasi istintivo. Ripeto, questo non necessariamente vuol dire che il risultato sia migliore o identico per tutte le donne. Tuttavia, credo sia possibile intuire la mano di una donna nello stile produttivo, e credo che questa sia un’opportunità in questo lavoro.

Qual è la tua firma stilistica?
Più che una firma il mio è un desiderio stilistico, una tensione che mi tiene viva e rende interessante il mio lavoro. Mi piacerebbe che i miei vini raccontassero il mio territorio e fossero riconducibili alla mia azienda. Penso che nei miei prodotti il denominatore comune sia rappresentato dai profumi. Amo sopra ogni altro l’aroma floreale, che affascina e sa rapire. Tuttavia ogni vino deve avere i suoi profumi, così come sarebbe impensabile immaginare un solo profumo per ciascuna donna. Per questo mi piace sentire il richiamo esotico nel pecorino e i tipici fiori primaverili nella passerina, ma adoro anche il sentore balsamico nel Ludi e la nota di cuoio nel Roggio. Il profumo è il filo che unisce i miei vini, ognuno nel suo carattere.

Quali sono le maggiori difficoltà nel fare vino in Italia oggi? E quali i vantaggi?
Io sono incredibilmente orgogliosa di produrre vino in Italia. È un privilegio. Non riesco a vederne le difficoltà, nonostante io viva e lavori in un territorio poco conosciuto e ancora emergente. Viviamo nel Paese più bello al mondo, con una concentrazione di arte e cultura che non solo fa invidia, ma mi riempie di gioia. Tutto questo è una risorsa reale per noi che lavoriamo con la cultura enogastronomica. Di certo la burocrazia è il male di questo paese e ci toglie tanta energia, ma su questo possiamo lavorare. Soprattutto, possiamo dare i giusti stimoli attraverso le organizzazioni di categoria e collaborare per alleggerire il carico sui produttori.

In che direzione sta andando il vino italiano secondo te?
L’Italia si sta ritagliando una sua identità nella produzione biologica e sostenibile. Anche in questo settore si ragiona sulla riduzione della CO2 e sull’impatto ambientale.  Per questo credo che si stia creando una forte coscienza ambientale tra i produttori di vino italiani che sempre di più abbracciano questa visione. La forza del biologico è che ci consente di portare avanti la nostra tipicità in maniera sinergica con il territorio. Questo è importante, perché il Made in Italy è un brand molto forte che ad oggi continua a riscuotere molto successo. Per questo non dobbiamo smettere di lavorare per esaltare il nostro meraviglioso territorio. Sembrano frasi fatte, ma ancora oggi ci presentiamo alle fiere internazionali con il nome delle regioni e gli stemmi dei consorzi in bella vista, dimenticando la bandiera tricolore che ci unisce tutti. Così facendo coltiviamo solo i nostri orti e alziamo barriere tra noi. In realtà insieme formiamo una squadra invincibile che ci permette di giocare al meglio nei mercati internazionali. Noi siamo piccoli in confronto a competitor come Australia, Argentina, Cile e Cina, che hanno le capacità produttive in grado di sbaragliarci in poco tempo. Per questo dobbiamo unire le energie, fare sistema e nulla ci potrà sconfiggere.

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Donne produttrici: il vino italiano al femminile 2| Donatella Cinelli Colombini

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