Gian Luca Mazzella. Visita spirituale a Paternopoli
di Monica Piscitelli
Gian Luca Mazzella c’è.
Non lo leggerete sui muri e sotto i ponti ma c’è.
Lo ho visto.
Non sembri blasfema la frase, ma il frutto di una esperienza: quando chiedi di lui, neanche fosse un essere mitologico, ti viene risposto “non c’è, è andato via”.
E poi lo sguardo si perde nel vuoto come si parlasse di un essere immanente.
Allora, è questa la prima cosa che gli chiedi quando è in carne ossa davanti a te. E lui sorride come se lo sapesse già e, addirittura, se ne rallegra con il fare lieto che hanno i padri benevoli con i figli monelli.
Da Gianlcua Mazzella non puoi bussare alla porta della cantina “che ti accompagno che non la trovi da sola” e ti apre. Perchè non apre a tutti.
Ma c’è.
La cantina, magicamente, la trovi con il navigatore.
Quel giorno, poi, lo ritrovi come è successo a me: esattamente come lo avevi lasciato anni prima. Abito classico blu e cappello a falda larga.
Vagamente impaziente.
Fanno trenta gradi al sole a Paternopoli, oggi, soffia una leggera brezza. Una nuvola di polvere si è sollevata al passaggio delle automobili e sembra, Mazzella, sia trattenendo in tasca l’ultimo fiocco di neve di questa giornata di primavera. Impossibile.
È “accelleratissimo” come il Bianconiglio.
Si toglie il cappello e ti saluta affettuosamente condensando in maniera impercettibile, nel gesto, gli anni trascorsi.
Poi torna al frame precedente. E alla sua velocità.
Il suono della puntina del giradischi graffia il vinile che gira al contrario.
Nel benvenuto, accompagnato da un vago gesto del braccio, una tensione alla glossolalia e, al contempo, alla dislocazione. Parla con te e tende una mano verso il trattore dal quale il suo più stretto collaboratore, in lontananza, sta facendo alcune operazioni e, ancora, insieme, stappa le tre annate di Paterico che ha riservato per te insieme a una anteprima da botte che sterilizza dopo averla toccata. Dal 2019, prima annata, in avanti.
Mazzella ha studiato Teologia. Lo so da sempre ma era me lo ricordo.
Dopo aver ascoltato la Genesi del progetto che lo ha portato in Alta Irpinia, a Paternopoli, a lavorare sui suoi 3 ettari e mezzo, analizzati e scelti meticolosamente, dopo che hai ammirato la maniacale razionalità e pulizia della cantina scavata su due livelli per oltre 15 metri nella viva terra, la disposizione geometrica dei fermentini, delle anfore, delle botti dei più grandi maestri d’ascia d’Europa fatte con il legno più pregiato e neutro, capisci perchè devi far buon uso di ogni parola.
Ha un non so che di trance, il racconto del suo lavoro.
Se te lo fa senza dissolvenza a nero.
E te lo fa se vede nei tuoi occhi lo stesso luccichio rapito che ha lui quando prova a farti toccare le parole.
Ma la disposizione non è quella del Maestro al discepolo. No, Mazzella non fa la lezione, come tanti. Pur potendo. se ne frega se ti ha conquistato.
Si accorge di te, davanti a lui, quando parli.
E si alimenta delle osservazioni. Vendemmia emozioni altrui di fronte ai suoi vini e le colloca da qualche parte per tirarle fuori al momento giusto.
Come il gigante gentile di Roald Dahl che succhiava i sogni più belli e li chiudeva in un barattolo per vederli agitarsi al buio strappati al sonno.
Per uno come lui che, per molti anni, ha vissuto da ghost winemaker per aziende di primo piano del Made in Italy, star in cattedra, non è la priorità.
Lo è il fare.
Il dedicare il tempo a ciò che è e ciò che sarà, più ciò che appare. Il vino.
Quel vino fatto con rese in vigna e torchiature che “rendono 10 volte meno” che altrove, con 10 volte il costo di certi altri.
E diciamolo, lui, il Creatore di Paterico, si anche lui, ha un costo orario vertiginoso. Come tanti, invero. Ma lui il vino lo fa per chi lo vuole.
Soave e Irpinia. Notte e giorno. Irpinia e Soave. Giorno e notte. Ipogea. Apogea. Seleziona. Fermenta bacche intere con i propri selvaggi compagni per la pelle. 40 giorni macerazione. Torchia e chiedi scusa agli acini. E via così.
Raccontarsi al punto giusto, non oltre il baratro della autoreferenzialità.
Per il resto ogni idea, concezione, lavorazione e passaggio teologico, comunque è talmente personale, talmente in ogni ruga di espressione e segno prossemico del tuo corpo, che meno dici e più è chiaro. E se non è, non vale la pena.
La degustazione di Paterico Taurasi Riserva Docg
La migliore descrizione organolettica del Taurasi di Gianluca Mazzella è al centro della schematica sala da degustazione.
Tanta luce. Ti trafela da due lati.
Da due altari.
A sinistra una enorme finestra da terra a cielo aperta sulle vigne trasmette una vibrazione verde e il tono basso del terreno. “La vita ipogea della vite”.
A destra, una più piccola incornicia Paternopoli sul suo colle: appare più graziosa del solito, senza le cicatrici del Terremoto dell’Ottanta.
Sotto i tuoi piedi 15 metri. Ci sei stata poco prima. Era fredda come una lapide e ne sei uscita seguendo il filo del racconto di Gianluca Mazzella.
Sopra.
I calici sono tinti di rosso.
Assaggi, senti il liquido scendere dentro di te come una infusione benefica.
Guardi il cielo di cemento sulla tua testa.
E ringrazi.
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