Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 – Vinicola Benanti

26/4/2019 603
Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 Vinicola Benanti
Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 Vinicola Benanti

di Enrico Malgi

Come al solito, durante le festività di Pasqua mi sono dilettato ad aprire bottiglie di vino datate che ho l’abitudine di conservare gelosamente in attesa di momenti propizi come questi e contemporaneamente di testare anche la loro longevità.

E così, tra le molteplici proposte, nell’occasione mi ha favorevolmente colpito l’etichetta Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 della Vinicola Benanti, che avevo recensito già nel 2011. Un blend di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, tipiche varietà etnee. Ebbene devo costatare che, a distanza di otto anni dall’ultima degustazione ed addirittura quindici dalla sua nascita, il vino si è meravigliosamente mantenuto vivo ed integro oltre ogni previsione.

Controetichetta Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 Vinicola Benanti
Controetichetta Serra della Contessa Etna Rosso Doc 2004 Vinicola Benanti

Il colore è scarico, ma brillante. Al naso ed in bocca il vino è gradevolmente ricco di avvolgenti e caratteristiche sostanze aromatiche. Ciliegia, frutti di bosco, tamarindo, ciclamino, violetta, glicine e vegetali la fanno da padrone, insieme a risvolti speziati, sapidi e sulfurei. Ottima la morbidezza e la vitale freschezza. Trama tannica gentile ed aristocratica. Vino nel complesso rotondo, equilibrato, strutturato, tonico, penetrante ed ancora elegante nel suo incedere. Il finale è soltanto leggermente corto, ma che risulta comunque affascinante, se si pensa a quanti anni sono trascorsi. Insomma si tratta di un vino che si fa ancora apprezzare e che ha raggiunto ormai il suo culmine.

Scheda del 05/02/2011

 

AZIENDA VINICOLA BENANTI

Uva: nerello mascalese, nerello cappuccio o mantellato
Fascia di prezzo: oltre 20 euro
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

VISTA 5/5 – NASO 26/30 – PALATO 26/30 – NON OMOLOGAZIONE: 32/35

La coltura della vite in Sicilia affonda le proprie radici in tempi molto remoti. Sicuramente furono i Greci e i Fenici a divulgare la conoscenza di questa pianta nell’isola. Le fonti ufficiali ci dicono che i primi sbarcarono qui nell’VIII secolo a.C., mentre i secondi sostarono prima a Pantelleria nel VII secolo a.C., ove portarono dall’Egitto l’uva Zibibbo (dall’arabo “Zabib”, cioè uva passa), e poi colonizzarono tutta la Sicilia occidentale. Ai giorni nostri la Sicilia ha intensificato la produzione vinicola, che viene unanimemente considerata tra le migliori al mondo. Questo perché può contare su un ventaglio di vitigni, autoctoni o alloctoni, di sicuro affidamento, su persone capaci e competenti e su aziende all’avanguardia.

Dopo l’exploit che ha interessato per anni la coltivazione del Nero d’Avola soprattutto nella zona sud-occidentale dell’isola, da qualche tempo è il comprensorio nord-orientale che suscita maggior interesse ampelografico. Vale a dire il Messinese e, in special modo, la regione etnea. A proposito di questo territorio, Ovidio nelle sue “Metamorfosi” (Libro V, 347-354) ci narra come sotto l’Etna si trovi imprigionato Tifeo, il Gigante dalle cento teste di drago vomitanti fuoco. Figlio di Gea e del Tartaro, scagliato laggiù dall’ira di Zeus, dopo che la madre lo aveva indotto a tentare di rovesciare il trono olimpico. L’Etna, appunto, il vulcano chiamato anche “Mongibello”, dall’arabo “Jabal Atma Siqilliyya” (montagna somma della Sicilia, o più semplicemente Mons Jebel). Una forza della natura che non può essere imprigionata e che, comunque, esprimendosi con frequenti eruttazioni, dona un humus perfettamente idoneo alla coltivazione della vite.

L’azienda vitivinicola Benanti di Viagrande (CT), che oggi è gestita da Giuseppe e dai suoi due figli Antonio e Salvino, è situata proprio ai piedi di questo vulcano più alto d’Europa e coltiva la vite già dalla fine del XIX secolo. Da alcuni anni, essa è diventata famosa in Italia e all’estero per una produzione vinicola qualitativa, competitiva e ricca di encomi. Giuseppe Benanti, discendente di una nobile stirpe di antica origine bolognese, nel 1988 riprende l’antica passione di famiglia, dando vita ad un’approfondita selezione dei terreni etnei altamente vocati alla viticoltura e alla ricerca di particolari cloni di vitigni autoctoni e di nuove tecniche enologiche.

Uno studio attento e scrupoloso durato cinque anni, che ha portato alla creazione di vini unici, specifici, biodiversi e dalla spiccata personalità. L’azienda Benanti, che si avvale del determinante contributo dell’ottimo enologo Salvo Foti, estende la propria competenza anche in altre realtà territoriali siciliane, come Pachino e Pantelleria, per la produzione dei tipici vini locali come il Nero d’Avola, il Moscato di Noto e il Passito di Pantelleria.

Ritornando al luogo d’origine etneo, bisogna dire che questa zona presenta un microclima particolarissimo ed unico in tutta l’isola. Questo terroir, infatti, risente della benefica influenza derivante dalla vicinanza del mare e del particolare tipo di terreno vulcanico. Inoltre, qui i vitigni sono quasi tutti centenari e a piedefranco, situati in altitudine fino ai mille metri, con ottima esposizione e segnati da forti escursioni termiche. Il vino che più di tutti ha dato lustro a questa maison è il superpremiato bianco “Pietramarina”, con uva Carricante che è tipica di questo territorio.

Ma un altro grandissimo vino territoriale è sicuramente il Serra della Contessa”, anch’esso pluripremiato e confezionato con uve locali: Nerello Mascalese, originario della piana di Mascali, e Nerello Cappuccio.

Entrambi i vitigni sono allevati ad alberello nella zona di Monte Serra, che è il cono vulcanico posto alla quota più bassa nel versante est dell’Etna ad un’altezza di oltre 500 metri. Qui si pratica una viticoltura “eroica”, assai problematica e dispendiosa.  Il terreno è ovviamente vulcanico, sabbioso e ricchissimo di minerali. Le uve vengono vendemmiate a fine settembre e vinificate con una lunga macerazione in tini di rovere di 52 ettolitri. Dopo la malolattica, la maturazione avviene in barriques di rovere per oltre un anno, con successivo affinamento in bottiglia sempre di un anno.Quattordici i gradi alcolici.

Il colore è rosso rubino brillante, con lampeggianti riflessi granata. I profumi che salgono al naso ricordano la ciliegia matura e poi liquirizia, more selvatiche, spezie e suggestioni mediterranee, carezzati da un lieve e leggiadro soffio floreale. In bocca il vino è equilibrato, di grande stoffa, elegantemente tannico, pieno, armonico, austero e di notevole persistenza, con una tensione gustativa intrisa di una mineralità intensa e profonda. Servire ad una temperatura intorno ai 18-20 ° C, in abbinamento a selvaggina, carni importanti, salse elaborate e formaggi stagionati. Può evolversi in bottiglia ancora per molti anni.

Sede a Viagrande (CT) – Via Garibaldi, 475 – Tel. 095/7893438 – Fax 095/7893677 – [email protected]– www.vinicolabenanti.it – Enologo: Salvo Foti – Bottiglie prodotte: 180.000 – Ettari di proprietà: 70 – Vitigni: Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, Syrah, Tannat, Petit Verdot, Carricante, Minnella, Zibibbo, Moscato di Noto, Chardonnay.

3 commenti

    Francesco Mondelli

    (26 aprile 2019 - 08:40)

    A noi che la seguiamo come il cane la volpe non la da certo a “bere “la storia degli stappi importanti solo nei giorni di festa,ma veniamo a bomba:premesso che i Benanti producono per me uno dei grandi rossi italiani e non solo che è il Rovitello devo convenire che questo vino ed in particolare quest’annata virtuosa è molto ma molto interessante.FM.

    Marco Galetti

    (26 aprile 2019 - 10:45)

    “…E così, tra le molteplici proposte…”

    Enrico Malgi

    (26 aprile 2019 - 11:39)

    Tutti grandissimi vini quelli di benanti. Il rovittello è alla pari con il serra della contessa. E il pietramarina è uno delle etichette di vino bianco che amo di più.

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