Al Modis Music Club di Casal Velino seratona con Calici e Spicchi e i vini di Roberto Di Meo
Al Modis Music Club di Casal Velino la prima tappa nel Cilento di “Calici & Spicchi – Atlante della Pizza e del Vino”, il volume di Antonella Amodio che racconta l’incontro tra due simboli della cultura gastronomica italiana.
di Carmen Autuori
La pizza, simbolo identitario della Campania con secoli di storia e un futuro ancora tutto da scrivere, e il vino, compagno dell’uomo fin dall’antichità, trovano in Calici & Spicchi – Atlante della Pizza e del Vino il punto di convergenza di un racconto che Antonella Amodio, giornalista enogastronomica, scrittrice e sommelier, sviluppa con rigore e sensibilità. Con questo secondo volume l’autrice amplia il percorso inaugurato con il primo libro dedicato alla Campania, offrendo una lettura originale dell’abbinamento tra due tra le più alte espressioni della cultura gastronomica italiana.
L’opera propone un viaggio attraverso l’Italia e venti Paesi esteri, dimostrando come il vino italiano possa accompagnare la pizza in tutte le sue declinazioni, valorizzando territori, vitigni e tradizioni gastronomiche. Con questo progetto editoriale l’autrice ha contribuito a creare un nuovo linguaggio e, in parte, anche un nuovo mercato del vino, raccontando l’abbinamento con la pizza in modo semplice, accessibile e allo stesso tempo culturalmente rigoroso.
Come scrive Luciano Pignataro, autorevole giornalista e critico enogastronomico, nella prefazione del volume, la pizza ha una storia secolare e un futuro millenario. Amodio ha avuto il merito di abbattere uno dei luoghi comuni più radicati della tavola italiana, dimostrando che il vino non è un’alternativa alla birra, ma il naturale compagno della pizza. Ha aperto una vera e propria “autostrada” culturale verso questo abbinamento, senza fermarsi alla teoria: ha percorso anche i sentieri dei territori, valorizzando biodiversità, vitigni autoctoni e produzioni locali, per individuare il vino più adatto a oltre cento pizze diverse.
È una visione che mette al centro il patrimonio enogastronomico italiano e che ha trovato una sintesi perfetta nella tappa cilentana ospitata al Modis Music Club di Casal Velino, dove il racconto del libro, moderato dalla giornalista Annacarla Tredici, si è intrecciato con quello di una cucina profondamente legata al territorio, dei grandi vini campani e delle eccellenze locali.
«Nell’immaginario collettivo la pizza si abbina alla birra, mentre storicamente il suo compagno è sempre stato il vino», ha spiegato l’autrice. «Il Gragnano rappresenta uno degli abbinamenti più tradizionali, ma sono tantissimi i vini italiani capaci di accompagnare una pizza, purché scelti con criterio».
Tra i suggerimenti più semplici per orientarsi nella scelta, Amodio ha indicato due principi fondamentali: l’abbinamento territoriale, privilegiando i vini della stessa area di provenienza della pizza e dei suoi ingredienti, e quello cromatico, che prende come riferimento il colore della preparazione per individuare il vino più adatto.
La serata ha rappresentato anche un’occasione per riflettere sull’importanza di valorizzare le produzioni italiane. Se in Italia l’abbinamento pizza-vino è ancora percepito come una novità, all’estero è già una consuetudine consolidata. «Il vino italiano è il miglior compagno di uno dei simboli della nostra cucina: la pizza», ha sottolineato l’autrice.
Il Modis Music Club
Più che un semplice luogo, il ristorante del Modis Music Club di Casal Velino si è confermato protagonista dell’evento, raccontando attraverso ogni portata la propria filosofia gastronomica.
Nato nel 2022 – ad oggi i soci sono Stefano Di Nicuolo, Ivan Morinelli e Gennaro Scola – il progetto si è rapidamente affermato come una delle realtà più interessanti della ristorazione cilentana, grazie a una proposta che mette al centro il territorio, ossia il mare e i monti che delimitano Casal Velino, uno dei borghi che affacciano sulla costa cilentana, all’ombra della Torre di Velia, laddove è nata la Dieta Mediterranea. Il paese si distingue per un’offerta gastronomica di grande qualità che va dai ristoranti di mare alle pizzerie e agli agriturismi che rappresentano al meglio le eccellenze che questa terra immaginifica sa offrire.
Ospitato in un elegante palazzotto, il Modis si affaccia sul lungomare di Casal Velino con una doppia anima. Al piano terra, il music bar è immerso in una cornice di rigogliosi rampicanti e piante mediterranee che accompagnano gli ospiti verso il ristorante, dove protagonista è una splendida terrazza sospesa sul mare che ha ospitato la presentazione del secondo volume di Calici &Spicchi.
Gli ambienti riflettono l’identità del luogo: dalle maioliche agli arredi, tutto richiama le infinite sfumature dell’azzurro, dai toni più intensi del mare profondo fino alle trasparenze cristalline dell’acqua che bagna una delle coste più incontaminate del Cilento. A completare l’esperienza è la cucina a vista, scelta che racconta la filosofia del ristorante: nessun segreto, ma tecnica, materia prima e lavoro quotidiano sotto gli occhi degli ospiti.
Per il secondo anno consecutivo la cucina è affidata allo chef Francesco Longobardi, originario di Casal Velino, che dopo un importante percorso professionale è tornato nella sua terra per raccontarla attraverso i suoi piatti. La sua formazione si è sviluppata in alcune delle più prestigiose cucine italiane: dall’Hotel Santa Caterina di Amalfi al Savoy Beach Hotel a Paestum. Il suo percorso è proseguito al Grand Hotel Alpenroyal di Selva di Val Gardena e all’Hotel Du Lac et Du Parc di Riva del Garda, per poi approdare all’Hotel Engel di Nova Levante.
Francesco Longobardi rappresenta quella generazione di cuochi che ha scelto di partire per formarsi nelle migliori cucine italiane per poi tornare a casa con un bagaglio di esperienze da mettere al servizio della propria terra.
La sua cucina parte da un principio tanto semplice quanto impegnativo: la ricerca della materia prima. Un lavoro quotidiano che va ben oltre la selezione degli ingredienti e che significa costruire una rete di piccoli produttori, pescatori e aziende agricole capaci di raccontare davvero il territorio.
«Siamo in un territorio ricco di materie prime e di prodotti straordinari», racconta lo chef. «È un territorio anche complesso, ma proprio per questo dobbiamo continuare a valorizzare quello che abbiamo, affidandoci ai piccoli produttori, ai pescatori di fiducia e alle aziende che, con il loro lavoro, custodiscono l’identità del Cilento.»
Il mare, naturalmente, è il suo primo interlocutore. Ma parlare di pescato locale non basta: bisogna dimostrarlo nei fatti. La filosofia del ristorante nasce proprio da questo approccio, fatto di rispetto per la stagionalità e di un dialogo costante con chi ogni giorno vive il mare.
«Non possiamo fare la spesa nel mare come se fosse un supermercato», spiega Longobardi. «Ogni mattina il mare ci regala qualcosa di diverso e noi dobbiamo essere bravi ad accoglierlo e a trasformarlo il meno possibile.»
È una visione che si ritrova nei piatti. La tecnica c’è, ma resta sempre al servizio dell’ingrediente, senza sovrastarlo.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che colpisce maggiormente durante la degustazione: ogni ingrediente è perfettamente riconoscibile. Il pesce conserva la sua identità, le note minerali raccontano il mare senza bisogno di eccessi, gli accompagnamenti sono misurati e le salse non diventano mai protagoniste. Una cucina elegante, contemporanea che non perde mai il legame con la semplicità.
«Come succede spesso a chi nasce nel Cilento, sono andato via per crescere professionalmente e poi sono tornato. Oggi ho la possibilità di lavorare con questi prodotti e di raccontare il mio territorio attraverso la cucina. È una responsabilità, ma anche un privilegio.»
Accanto al pescato, come dicevamo, la cucina valorizza anche le eccellenze dell’entroterra. Tra queste spiccano i prodotti caprini della Tenuta Principe Mazzacane di Annacarla Tredici, realtà che ha fatto dell’artigianalità e del rispetto della tradizione il proprio tratto distintivo. La robiola e la ricottina di capra, protagoniste dell’aperitivo, raccontano un’altra anima del territorio: quella delle aree interne, dove allevamento e trasformazione del latte continuano a seguire ritmi e lavorazioni di qualità
La degustazione e i vini di Roberto Di Meo
Il percorso si è aperto con una selezione di focacce fatte in casa, fragranti e appena sfornate, farcite con la robiola e la ricotta di capra della Tenuta Principe Mazzacane gambero rosso, quella bianca, e alici e limone candito, quella ai cinque cereali, introducendo fin da subito il filo conduttore della serata: il dialogo tra mare e terra.
L’antipasto ha visto protagonista un carpaccio di ricciola del territorio, esaltato dalla freschezza del gazpacho di pomodoro e dall’aromaticità del peperoncino verde.
Con il primo è arrivata una delle preparazioni più rappresentative della cucina dello chef: il tubettone del Pastificio D’Aniello, mantecato con un intenso ristretto di scorfano locale e impreziosito dai fiori di zucca. Un piatto goloso che racchiude tutta la profondità del mare.
A seguire filetto di sgombro freschissimo, accompagnato da zucchine, menta e una salsa ai ricci di mare che ne ha amplificato la naturale sapidità, regalando eleganza e profondità senza mai coprire il gusto del pesce.
A chiudere la degustazione, un dessert a base di pan di Spagna al cioccolato, ricotta di capra, arancia candita e crema inglese. Il delicato profumo lattico e le leggere note aromatiche della ricotta di capra hanno trovato un perfetto equilibrio con l’intensità del cioccolato e la vivace freschezza dell’ arancia candita, mentre la crema inglese ha donato la giusta morbidezza, accompagnando il finale con raffinata eleganza.
In abbinamento la selezione di vini della Cantina Di Meo, raccontati direttamente da Roberto Di Meo, figura di riferimento dell’enologia campana.
La degustazione ha preso il via con il Di Meo Brut, metodo classico ottenuto da Fiano e Greco, affinato per 36 mesi, per proseguire con il Fiano di Avellino DOCG 2023 e il Greco di Tufo DOCG 2024, etichette simbolo della cantina.
Durante l’incontro, Roberto Di Meo ha ripercorso una storia iniziata alla fine degli anni Ottanta, quando intuì un concetto oggi ampiamente riconosciuto ma allora quasi rivoluzionario: i grandi bianchi irpini non erano vini da consumare esclusivamente nell’annata, bensì capaci di evolvere nel tempo, acquisendo complessità e profondità.
«All’epoca si pensava che il vino bianco dovesse essere bevuto giovane», ha raccontato. «Io ho iniziato quasi per gioco a conservare alcune annate, per capire cosa sarebbe successo. Il Fiano del 1993 mi ha dato una risposta straordinaria.»
Quella sperimentazione è diventata una delle intuizioni più importanti dell’enologia meridionale. Dopo oltre trent’anni di affinamento in acciaio sui propri lieviti, il Fiano 1993 è stato presentato sul mercato nel dicembre 2025, dimostrando in maniera concreta il potenziale evolutivo dei grandi bianchi campani.
«Più che un progetto era una sfida personale», ha spiegato Di Meo. «Ma quella bottiglia ha contribuito a far comprendere quanto siano grandi i nostri territori e quanto possano esprimere vini capaci di confrontarsi con le migliori produzioni internazionali.»
Una visione che ha anticipato i tempi e che oggi rappresenta uno dei pilastri della valorizzazione dell’Irpinia vitivinicola. Non soltanto promozione del territorio, ma una nuova cultura del vino, fondata sulla qualità, sulla ricerca e sulla capacità di guardare lontano.
L’incontro tra la cucina di Francesco Longobardi, le produzioni della Tenuta Principe Mazzacane e i vini di Roberto Di Meo ha dato vita a un percorso che ha raccontato l’identità di due straordinari territori della Campania, il Cilento e l’Irpinia. Un dialogo tra mare, terra e vino, accomunati dalla stessa ricerca dell’autenticità e dalla volontà di valorizzare le eccellenze locali, in perfetta sintonia con il filo conduttore di Calici & Spicchi.

















