Coronavirus e vino, prime previsioni sul dopo pandemia

28/3/2020 3.1 MILA
Vinitaly Bio
Vinitaly Bio

In una intervista che Riccardo Cotarella mi ha rilasciato per il Gazzettino di Venezia e che sarà replicata domenica in uno speciale del Mattino il messaggio finale è sostanzialmente ottimista: la crisi del metanolo, dice il presidente di Assoenologi, fu ancora peggio, per ben tre mesi non fu venduta una goccia di vino, però da quella crisi la nostra viticultura partì non solo per una riscossa, ma per una scalata al cielo senza precedenti sino ad essere competitivi nell’immaginario collettivo italiano e mondiale al pari degli stessi francesi.
Dal 1986 il mondo dl vino è stato un settore in effetti esemplare: miglioramento della qualità, investimenti sul medio e sul lungo periodo, studio della grafica e delle confezioni, capacità di proiettarsi sull’export. La vera locomotiva dell’agroalimentare italiano che ha dato lavoro a enologi, sommelier, enotecari, grafici, guide turistiche, rappresentanti.
Il vino è l’uomo e lo accompagna nel bene come nel male, nelle guerre come nelle pestilenze, come questa che puà essere definita un peste moderna, una peste.
Da questa crisi vengono però delle indicazioni che i produttori farebbero bene a cogliere subito. Ne sto sentendo tanti in questi giorni e l’angoscia cresce, perchè i lavori in campagna tra poco riprendono e servono soldi. Resistono le aziende grandi con una forte capitalizzazione familiare o aziendale, se la battono quelle presenti nei supermercati e che non hanno mai abbandonato questo settore. Sono in crisi soprattutto le medie aziende che hanno vissuto solo nel settore Horeca. Mentre magari le piccoline, quelle da centomila in giù, possono stringere la cinghia perché spesso sono a conduzione familiare.
Il vino, come prodotto, ne guadagna con il tempo e dunque possono anche passare quattro, cinque mesi senza che la qualità del prodotto ne risenta.
Ma come e dove si tornerà a vendere? Il problema vero è che ristoranti, pizzerie ed enoteche (chissà perchè poi) sono chiuse e questo segmento costituiva lo sbocco per il vino più importante, quello celebrate nelle guide e nei siti web come questo.
Lo scenario che si presenta è dunque un ritorno al periodo del post metanolo, con un bagaglio culturale sicuramente superiore e una platea di appassionati più colta e competente, ma sicuramente con una propensione alla spesa molto più bassa.
Fermo restando dunque le grandi catene, ripartità la vendita on line subito ma io penso che sarà necessaria una sforbiciata sui prezzi. Non parlo dei top nazionali ovviamente, ma della maggioranza delle etichette che siamo abituati a stappare.
Bisognerà anche fare un cambio passo sulla mentalità, diversificare la presenza non necessariamente significa dover perdere la reputazione. Insomma, perchè non trovare un Sassicaia anche in un supermercato? Scandalo, orrore? E perchè le etichette che stanno in questi scaffali poi non sono degne di essere presentate in un ristorante?
Ecco, io credo che questa crisi eliminerà alcuni tabù che alla luce pratica di quello che sta succedendo  sono incomprensibili. Compresi quelli delle guide che dovranno rimodularsi.
Forse questo articolo è un po’ prematuro per entrare nel senso comune, c’è ancora chi si illude che tutto tornerà come prima come quando si preme un interruttore della luce. Ma se ragioniamo su noi stessi, quand’anche i contatti fossero ridotti come in Cina adesso, chi correrebbe il rischio di entrare in un luogo pubblico per mangiare seduto? Si sta sviluppando una fobia del contatto fra amici, parenti, in famiglia persino che sarà sicuramente superata ma solo quando sarà subentrata una percezione di sicurezza assoluta.
Bisognerà ripensare anche ad altri segmenti di mercato finora guardati dall’alto verso il basso con la puzza sotto il naso: penso allo sfuso per esempio, che da alle piccole e medie aziende di fare subito cash e smaltire gli stoccaggi.
Insomma, ci si dovrà rimboccare le maniche, e questo il mondo del vino è sempre stato capace di farlo come dopo la crisi delle 2001 con le Torri Gemelle e quella finanziaria del 2008-2009. Ricordiamo tutti la grande capacità di resistenza che ebbero le cantine nel mantenere la posizione anche se erano senza spazio per la merce destinata all’export ferma.
Ma si dovrà cambiare anche mentalità, perchè questa crisi ha caratteri diversi, è davvero mondiale e incide sulle abitutidini di tutti e soprattutto ne usciremo tutti impoveriti rispetto al 20 febbraio.
Il prossimo Vinitaly, quello che faremo tra un anno, sarà il primo banco di prova per testare la nuova situazione.
Nel frattempo mi auguro cheil governo, invece di pensare a cambiare i moduli per le autocertificazioni, faccia proprie immediatamente dalle richieste presentate dalle associazioni di categoria.

Un commento

    Marco Laghi

    Il riferimento alla crisi dovuta al metanolo è corretto solo parzialmente. Vero che non si vendeva vino, ma ristoranti, trattorie e pizzerie erano in attività, e gli alberghi comunque non si trovavano a gestire disdette che oggi sfiorano il 90%. Sono concorde sul fatto di lanciare messaggi positivi, ma non minimizziamo la gravità della situazione attuale.

    27 marzo 2020 - 20:00

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