Guida Roma| Le dodici (più tre) migliori osterie

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La carbonara del cavalier Gino
La carbonara del cavalier Gino

di Virginia Di Falco

Le migliori osterie romane di cucina tradizionale? Uhm, vediamo.
Avvertimento numero uno. Non è una classifica. Avvertimento numero due. Sono i dodici indirizzi (più tre imperdibili fuori porta) che mi consentono di rispondere alla domanda «Virgi’, mi suggerisci un buon posto dove mangiare a Roma?». Laddove per BUONO si intende, il 99% delle volte:

  • cucina della tradizione romanesca
  • una carta dei vini non da rapina e/o vino della casa potabile
  • un (almeno) discreto rapporto qualità prezzo, mantenendosi sui 35-40 euro.
  • atmosfera accogliente e servizio informale

Chi conosce la ristorazione capitolina sa bene che le risposte sono – più o meno – sempre le stesse. Ma mi è stato chiesto di raccoglierle in un post. E dunque eccole qui.
Sette di queste sono da considerarsi in centro – o in zone comunemente definite centrali — non nel senso delle sole mura aureliane, insomma. Cinque sono invece osterie ‘di quartiere’ e tre, infine, consentono di scoprire, magari in occasione di un bel pranzo della domenica, la cucina tipica della campagna romana in trattorie fuori porta ormai più che consolidate e mai banali.

Claudio Gargioli
Claudio Gargioli

Uno. A come Armando al Pantheon. Il nome del fondatore di una delle osterie più conosciute di Roma, a gestione familiare, ora nelle mani del figlio Claudio Gargioli, chef e cultore delle ricette storiche romane (ci ha scritto anche un libro). Di fronte ad uno dei monumenti più belli del mondo, un localino di grande atmosfera. Da non perdere: gli spaghetti alla gricia e il sorriso di Fabiana Gargioli.

Due. In un vicoletto di fronte al Parlamento la cucina tradizionale e rassicurante del Cavalier Gino: piatti, arredamento, atmosfera e servizio sono proprio come cinquanta anni fa. Nonostante i turisti. E nonostante Montecitorio.
Da non perdere: la carbonara e la destrezza recitativa dei camerieri ‘storici’.

La cacio e pepe di Flavio al velavevodetto
La cacio e pepe di Flavio al velavevodetto

Tre. Qualche anno fa Flavio De Maio ha lasciato le cucine di Felice a Testaccio, celebre osteria della capitale, per trasferirsi qualche metro più in là, in un locale tutto suo: con il suo Flavio al Velavevodetto è oggi uno dei punti di riferimento in città quando si vuole sfogliare il manuale del menu romanesco, dalle puntarelle al tiramisù.
Da non perdere: la sua cacio e pepe e il racconto fantastico del ‘monte dei cocci’.

Quattro. In un posto strategico, tra i quartieri Testaccio, Trastevere e Porta Portese, da cinquant’anni troviamo la cucina della Tavernaccia. Locali da poco completamente rinnovati, anche in questo caso gestione familiare: il fondatore veniva dall’Umbria (oggi la mano è passata alle due figlie) ma la cucina è prevalentemente romanesca, con una curiosa quanto lodevole ricerca di prodotti e chicche locali.
Da non perdere: i rigatoni con la pajata e … la ripassatina nel forno a legna di più di qualche piatto.

La lasagna della Tavernaccia
La lasagna della Tavernaccia ripassata nel forno a legna

Cinque. Tra tutti gli indirizzi proposti, quello di più recente apertura è Lo’Steria a Ponte Milvio. Bene. Non lasciatevi impressionare dal quartiere modaiolo, né dal vezzo dell’apostrofo sbagliato. Qui, i due fratelli Ogliotti, uno in cucina e l’altro in sala, giovani ma con la testa sul collo, presentano in maniera impeccabile l’ABC del ricettario romanesco.
Da non perdere: la coda alla vaccinara e le ricette complete scritte sulle lavagne alle pareti.

Sei. Se c’è un equilibrio difficile da raggiungere (e soprattutto mantenere) è quello tra osteria di tradizione quando – come in questo caso, si eredita un’attività di famiglia a Trastevere – e tratti di indispensabile modernità. Bene, qui da Enzo al 29 ci riescono benissimo, con grande soddisfazione di turisti e habituè.
Da non perdere: gli gnocchi col sugo di spuntature e la civilissima opportunità di cenare con prenotazione alle 19.30, senza fila.

Da Enzo al 29, gnocchi con sugo di spuntature
Da Enzo al 29, gnocchi con sugo di spuntature


Sette. Meritatissima chiocciola Slow Food anche nel 2016 per Il Grappolo d’Oro: questa bella osteria a due passi da Campo dei Fiori continua nel suo strenuo percorso di “resistenza gastronomica”. Uno dei migliori rapporti qualità/prezzo di Roma nel cuore turistico della città.
Da non perdere: l’abbacchio a scottadito e – quando ci sono – le animelle con i carciofi.

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Spostiamoci adesso in zone meno centrali, dove nel corso degli anni, diversi locali nati come riferimento di quartiere sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto grazie soprattutto al passaparola.

Otto. Di nuovo, in ordine alfabetico. Di nuovo una ‘A’. Quella di Angelina, Mamma Angelina, per la precisione, al quartiere Africano. Ambiente, menu e carta dei vini più da ristorante ma atmosfera genuinamente da osteria. Entri e non puoi fare a meno di pensare al pranzo della domenica in famiglia, quello con i fritti, la pasta ripiena o al forno, la torta per chiudere.
Da non perdere: il fritto di moscardini e due chiacchiere con la signora Angelina, a fine servizio.

 

La crocchetta di melanzana all'arrabbiata di Cesare
La crocchetta di melanzana all’arrabbiata di Cesare

Nove. Da Cesare al Casaletto, zona Monteverde Nuovo. Il tram dei desideri esiste. E’ il numero 8 che porta dritto ad una delle migliori trattorie di Roma. La modestia e la bravura di un oste moderno, Leonardo Vignoli, in una delle riletture più autentiche della cucina romana.
Da non perdere: le crocchette di melanzane all’arrabbiata e le polpette di bollito con pesto di basilico: l’antipasto più fotografato della Capitale.

 

Osteria Palmira, le polpette di bollito
Osteria Palmira, le polpette di bollito

Dieci. Non molto lontano, quartiere Gianicolense, un’osteria di nuova fondazione ma dalle radici profonde mezzo secolo: da Palmira. Aperta allora dai genitori degli attuali proprietari, custodi delle ricette di famiglia: piatti della tradizione e prodotti regionali selezionati con un occhio molto attento ai dettami Slow Food. Praticamente Amatrice a Roma.
Da non perdere: le polpette di bollito e la birra artigianale di Amatrice.

 

La pizza in teglia di Pro Loco DOL
La pizza in teglia di Pro Loco DOL

Undici. ProLoco DOL a Centocelle. Ha praticamente inventato un marchio di successo, Vincenzo Mancino, partendo (quasi) dall’acqua calda: Dol come Di Origine Laziale, prima un piccolo negozio con prodotti esclusivamente regionali; poi un’osteria con bottega in una zona di Roma che grazie anche a questo tipo di iniziative è riuscita a far emergere una propria identità comunitaria di quartiere.
Da non perdere: la pizza in teglia all’amatriciana e una puntatina al banco dei formaggi.

Dodici. Infine, un posto storico in un quartiere storico: Tram Tram a San Lorenzo. Da vecchia bottiglieria con cucina a trattoria moderna. Cinquant’anni di ambiente raccolto e confortevole, tra ricette della tradizione, piacevoli incursioni tra Puglia e Sicilia, e una carta dei vini curiosa e abbordabile.
Da non perdere: le varianti stagionali di pappardelle con l’agnello e la tiella di riso, patate e cozze.

 

I mitici cannelloni di Sora Maria e Arcangelo
I mitici cannelloni di Sora Maria e Arcangelo

E se si ha voglia di un fuori porta? Nessun dubbio. Tre indirizzi più che affidabili:

  • Campagnano di Roma, Iotto. Cucina rispettosa della campagna romana, servizio di grande cordialità. Da non perdere: il gran fritto misto di apertura.
  • Cesano di Roma, Osteria del Borgo. 85 anni ben portati in un’atmosfera autentica con un menu a soddisfazione garantita. Da non perdere: i fagioli con la cotica, a proposito di autenticità.
  • Olevano Romano, Sora Maria e Arcangelo. Il patron Giovanni Milana è l’esempio più riuscito di come si possa tener fede al lavoro fatto dalla propria famiglia in sessant’anni senza però mai sedersi, tenendo sempre accesa la lampadina della curiosità. Da non perdere: i cannelloni. Gli unici che non vi faranno rimpiangere quelli mangiati in famiglia. E i maritozzi di Giovanni.

2 commenti

  • Mari

    (27 aprile 2016 - 13:50)

    Flavio al Velavevodetto andrebbe eliminato dalla classifica per inserire proprio Felice… per non parlare di Tanto pe’ Magnà vera verissima trattoria romana (anche nei prezzi a differenza di tutte quelle citate, salvando la pace di cesare che ad oggi è il migliore per qualità prezzo). La trattoria Al Parlamento invece è un ristorante di lusso…

  • elena mastrosimone

    (16 maggio 2016 - 10:45)

    Chiamare osterie questi”ristoranti”mi sembra un azzardo.A Roma le osterie,come s’intendevano un volta non esistono più,bisogna farsene una ragione.

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