Guida Roma| Le tredici (più cinque) migliori osterie

22/1/2017 29.4 MILA
carbonara roscioli
La carbonara, tra i piatti simbolo della cucina romana

di Virginia Di Falco

Le migliori osterie romane di cucina tradizionale? Uhm, vediamo.
Avvertimento numero uno. Non è una classifica. Avvertimento numero due. Sono i dodici indirizzi (più tre imperdibili fuori porta) che mi consentono di rispondere alla domanda «Virgi’, mi suggerisci un buon posto dove mangiare a Roma?». Laddove per BUONO si intende, il 99% delle volte:

  • cucina della tradizione romanesca
  • una carta dei vini non da rapina e/o vino della casa potabile
  • un (almeno) discreto rapporto qualità prezzo, mantenendosi sui 35-40 euro.
  • atmosfera accogliente e servizio informale

Chi conosce la ristorazione capitolina sa bene che le risposte sono – più o meno – sempre le stesse. Ma mi è stato chiesto di raccoglierle in un post. E dunque eccole qui.
Otto di queste sono da considerarsi in centro – o in zone comunemente definite centrali — non nel senso delle sole mura aureliane, insomma. Cinque sono invece osterie ‘di quartiere’ e cinque, infine, consentono di scoprire, magari in occasione di un bel pranzo della domenica, la cucina tipica della campagna romana in trattorie fuori porta ormai più che consolidate e mai banali.

Claudio Gargioli
Claudio Gargioli

Uno. A come Armando al Pantheon. Il nome del fondatore di una delle osterie più conosciute di Roma, a gestione familiare, ora nelle mani del figlio Claudio Gargioli, chef e cultore delle ricette storiche romane (ci ha scritto anche un libro). Di fronte ad uno dei monumenti più belli del mondo, un localino di grande atmosfera. Da non perdere: gli spaghetti alla gricia e il sorriso di Fabiana Gargioli.

Due. Romolo alla Mole Adriana: una delle trattorie più antiche di Roma (sta per festeggiare i novant’anni). La famiglia Perilli ha gestito nel corso del tempo tanto una clientela affezionata quanto le migliaia di turisti che affollano la zona tra Castel Sant’Angelo e il Vaticano.
Da non peredere: i tubetti con le lenticchie. Come a casa. No. Meglio che a casa.

Da Romolo, pasta e lenticchie
Da Romolo, pasta e lenticchie

Tre. In un vicoletto di fronte al Parlamento la cucina tradizionale e rassicurante del Cavalier Gino: piatti, arredamento, atmosfera e servizio sono proprio come cinquanta anni fa. Nonostante i turisti. E nonostante Montecitorio.
Da non perdere: la carbonara e la destrezza recitativa dei camerieri ‘storici’.

La cacio e pepe di Flavio al velavevodetto
La cacio e pepe di Flavio al velavevodetto

Quattro. Qualche anno fa Flavio De Maio ha lasciato le cucine di Felice a Testaccio, celebre osteria della capitale, per trasferirsi qualche metro più in là, in un locale tutto suo: con il suo Flavio al Velavevodetto è oggi uno dei punti di riferimento in città quando si vuole sfogliare il manuale del menu romanesco, dalle puntarelle al tiramisù.
Da non perdere: la sua cacio e pepe e il racconto fantastico del ‘monte dei cocci’.

Cinque. In un posto strategico, tra i quartieri Testaccio, Trastevere e Porta Portese, da cinquant’anni troviamo la cucina della Tavernaccia. Locali da poco completamente rinnovati, anche in questo caso gestione familiare: il fondatore veniva dall’Umbria (oggi la mano è passata alle due figlie) ma la cucina è prevalentemente romanesca, con una curiosa quanto lodevole ricerca di prodotti e chicche locali.
Da non perdere: i rigatoni con la pajata e … la ripassatina nel forno a legna di più di qualche piatto.

La lasagna della Tavernaccia
La lasagna della Tavernaccia ripassata nel forno a legna

Sei. Tra tutti gli indirizzi proposti, quello di più recente apertura è Lo’Steria a Ponte Milvio. Bene. Non lasciatevi impressionare dal quartiere modaiolo, né dal vezzo dell’apostrofo sbagliato. Qui, i due fratelli Ogliotti, uno in cucina e l’altro in sala, giovani ma con la testa sul collo, presentano in maniera impeccabile l’ABC del ricettario romanesco.
Da non perdere: la coda alla vaccinara e le ricette complete scritte sulle lavagne alle pareti.

Sette. Se c’è un equilibrio difficile da raggiungere (e soprattutto mantenere) è quello tra osteria di tradizione quando – come in questo caso, si eredita un’attività di famiglia a Trastevere – e tratti di indispensabile modernità. Bene, qui da Enzo al 29 ci riescono benissimo, con grande soddisfazione di turisti e habituè.
Da non perdere: gli gnocchi col sugo di spuntature e la civilissima opportunità di cenare con prenotazione alle 19.30, senza fila.

Da Enzo al 29, gnocchi con sugo di spuntature
Da Enzo al 29, gnocchi con sugo di spuntature


Otto. Meritatissima chiocciola Slow Food anche nel 2016 per Il Grappolo d’Oro: questa bella osteria a due passi da Campo dei Fiori continua nel suo strenuo percorso di “resistenza gastronomica”. Uno dei migliori rapporti qualità/prezzo di Roma nel cuore turistico della città.
Da non perdere: l’abbacchio a scottadito e – quando ci sono – le animelle con i carciofi.

***********

Spostiamoci adesso in zone meno centrali, dove nel corso degli anni, diversi locali nati come riferimento di quartiere sono riusciti a farsi conoscere da un pubblico più vasto grazie soprattutto al passaparola.

Otto. Di nuovo, in ordine alfabetico. Di nuovo una ‘A’. Quella di Angelina, Mamma Angelina, per la precisione, al quartiere Africano. Ambiente, menu e carta dei vini più da ristorante ma atmosfera genuinamente da osteria. Entri e non puoi fare a meno di pensare al pranzo della domenica in famiglia, quello con i fritti, la pasta ripiena o al forno, la torta per chiudere.
Da non perdere: il fritto di moscardini e due chiacchiere con la signora Angelina, a fine servizio.

 

La crocchetta di melanzana all'arrabbiata di Cesare
La crocchetta di melanzana all’arrabbiata di Cesare

Nove. Da Cesare al Casaletto, zona Monteverde Nuovo. Il tram dei desideri esiste. E’ il numero 8 che porta dritto ad una delle migliori trattorie di Roma. La modestia e la bravura di un oste moderno, Leonardo Vignoli, in una delle riletture più autentiche della cucina romana.
Da non perdere: le crocchette di melanzane all’arrabbiata e le polpette di bollito con pesto di basilico: l’antipasto più fotografato della Capitale.

 

Osteria Palmira, le polpette di bollito
Osteria Palmira, le polpette di bollito

Dieci. Non molto lontano, quartiere Gianicolense, un’osteria di nuova fondazione ma dalle radici profonde mezzo secolo: da Palmira. Aperta allora dai genitori degli attuali proprietari, custodi delle ricette di famiglia: piatti della tradizione e prodotti regionali selezionati con un occhio molto attento ai dettami Slow Food. Praticamente Amatrice a Roma.
Da non perdere: le polpette di bollito e la birra artigianale di Amatrice.

 

La pizza in teglia di Pro Loco DOL
La pizza in teglia di Pro Loco DOL

Undici. ProLoco DOL a Centocelle. Ha praticamente inventato un marchio di successo, Vincenzo Mancino, partendo (quasi) dall’acqua calda: Dol come Di Origine Laziale, prima un piccolo negozio con prodotti esclusivamente regionali; poi un’osteria con bottega in una zona di Roma che grazie anche a questo tipo di iniziative è riuscita a far emergere una propria identità comunitaria di quartiere.
Da non perdere: la pizza in teglia all’amatriciana e una puntatina al banco dei formaggi.

Dodici. Infine, un posto storico in un quartiere storico: Tram Tram a San Lorenzo. Da vecchia bottiglieria con cucina a trattoria moderna. Cinquant’anni di ambiente raccolto e confortevole, tra ricette della tradizione, piacevoli incursioni tra Puglia e Sicilia, e una carta dei vini curiosa e abbordabile.
Da non perdere: le varianti stagionali di pappardelle con l’agnello e la tiella di riso, patate e cozze.

 

I mitici cannelloni di Sora Maria e Arcangelo
I mitici cannelloni di Sora Maria e Arcangelo

E se si ha voglia di un fuori porta? Nessun dubbio. Cinque indirizzi più che affidabili:

  • Campagnano di Roma, Iotto. Cucina rispettosa della campagna romana, servizio di grande cordialità. Da non perdere: il gran fritto misto di apertura.
  • Cesano di Roma, Osteria del Borgo. 85 anni ben portati in un’atmosfera autentica con un menu a soddisfazione garantita. Da non perdere: i fagioli con la cotica, a proposito di autenticità.
  • Olevano Romano, Sora Maria e Arcangelo. Il patron Giovanni Milana è l’esempio più riuscito di come si possa tener fede al lavoro fatto dalla propria famiglia in sessant’anni senza però mai sedersi, tenendo sempre accesa la lampadina della curiosità. Da non perdere: i cannelloni. Gli unici che non vi faranno rimpiangere quelli mangiati in famiglia. E i maritozzi di Giovanni.
  • Cerveteri, Arià – Osteria di fuori porta. Un ambiente molto accogliente, un sito archeologico tra i più belli del Lazio a due passi, una cucina schietta e solida. Da non perdere: la porchetta fatta in casa.
  • Grottaferrata, Oste della Bon’Ora. Anche solo un pranzo domenicale sarà una sorta di piccolo master su cosa vuol dire fare l’oste: il mestiere di Massimo Pulicati in sala e di Maria Luisa in cucina. Da non perdere: un abbacchio sempre da dieci e lode.

8 commenti

    Mari

    (27 aprile 2016 - 13:50)

    Flavio al Velavevodetto andrebbe eliminato dalla classifica per inserire proprio Felice… per non parlare di Tanto pe’ Magnà vera verissima trattoria romana (anche nei prezzi a differenza di tutte quelle citate, salvando la pace di cesare che ad oggi è il migliore per qualità prezzo). La trattoria Al Parlamento invece è un ristorante di lusso…

    elena mastrosimone

    (16 maggio 2016 - 10:45)

    Chiamare osterie questi”ristoranti”mi sembra un azzardo.A Roma le osterie,come s’intendevano un volta non esistono più,bisogna farsene una ragione.

    Filippo Farina

    (22 gennaio 2017 - 11:04)

    Inconcepibile la mancanza del Velodromo vecchio!

    massimo menta

    (22 gennaio 2017 - 17:00)

    In un periodo “storico” della ristorazione di tradizione in cui i ristoranti vogliono apparire trattorie e le trattorie ristoranti, stilare un elenco e non una classifica delle migliori trattorie, è cosa assai difficile perché si offre il fianco a critiche : ” si ma quella non è una trattoria o quello non è un ristorante” trovo, quindi, coraggiosa la scelta di Virginia che si è addentrata in un terreno assai paludoso. Tutto sommato i locali indicati, visto che non sono in una classifica, sono giusti che, poi, a questi se ne possano aggiungere altri mi sembra ovvio ad esempio : “Qua nun se more mai” sull’ppia Antica o, ancora come indicato da Mari ” Tanto pe’ Magnà” ma, certamente, non “Felice” che di trattoria non ha , ormai, nulla e con una cucina di tradizione assai approssimativa e affrettata e prezzi fuori dalla media. Tanti e buoni potrebbero essere gli indirizzi da elencare ma tutto dipende da cosa ognuno di noi intende per “TRATTORIA”.

    luca

    (22 gennaio 2017 - 18:39)

    “Chiamare osterie questi”ristoranti”mi sembra un azzardo.A Roma le osterie,come s’intendevano un volta non esistono più,bisogna farsene una ragione”(elena mastrosimone)
    “In un periodo “storico” della ristorazione di tradizione in cui i ristoranti vogliono apparire trattorie e le trattorie ristoranti…”(Massimo Menta)
    In queste due opinioni, brevi ma significative, c’è la constatazione dei cambiamenti nella ristorazione italiana degli ultimi anni (in particolare qui si parla della grande tradizione della trattoria italiana).
    Cambiamenti che spesso producono confusione e atteggiamenti e reazioni diverse.
    Per uscire dalla confuzione Massimo Menta propone(implicitamente, forse, ma è una mia interpretazione) di iniziare a fare uno sforzo per definire o ridefinire il concetto di trattoria: “Tanti e buoni potrebbero essere gli indirizzi da elencare ma tutto dipende da cosa ognuno di noi intende per “TRATTORIA”(Massimo Menta)

    Che cosa intendiamo per trattoria oggi? Bisogna partire da lì, altrimenti non ci capiamo.

    Ma lui stesso non nasconde la difficoltà quando dice: “ma tutto dipende da cosa…”ognuno di noi”… intende”.
    Felice, per esempio, che Mari vorrebbe nell’elenco, per Massimo Menta ha perso le caratteristiche tipiche di una trattoria, tra cui il prezzo. (Tra l’altro conoscevo Felice di un po’ di anni fa e tutti lo consideravamo una trattoria e anche ottima: non saprei ora se condividere l’opinione di Mari o di Massimo M)

    I cambiamenti sono avvenuti anche in altri settori: pensate alla pizza napoletana. E anche lì c’è una gran confusione terminologica e concettuale…Che cos’è la TRADIZIONE nell’ambito della Pizza Napoletana?
    Per molti(napoletani e non) qualcosa di negativo. Un inutile ingombro del passato.
    Di cui sbarazzarsi(e lo faranno anche ricostruendo in modo distorto la storia o raccontando post-verità)
    TUTTI(o quasi) si sono piegati alle LOGICHE del MARKETING.

    Pochi, ormai, a difendere la grande (T)radizione: al più sarà una…PIZZA di SERIE B… la (t)radizione (tradita).

    massimo menta

    (22 gennaio 2017 - 22:36)

    Carissimo Luca, hai giustamente interpretato al 98 percento il mio pensiero. Nella mia, ormai, ultra trentennale attività di critico ho attraversato molti periodi che hanno segnato significativi mutamenti della ristorazione che ho vissuto direttamente sulla mia pelle (come ristoratore, esperienza precedente a quella di critico per capire cosa significasse questo difficile mestiere) ma, soprattutto, ho vissuto circa vent’anni “ner core de Roma”, Trastevere quando ancora vive e numerose erano le trattorie veraci e non solo a Roma centro ma anche e soprattutto nelle periferie e nei dintorni. Capirsi e ridisegnare il concetto di “trattoria” non è cosa semplice perché siamo cambiati noi, è mutato il modo d’intendere la trattoria, di viverla, di approcciarla. La trattoria era un punto di riferimento quotidiano per chi era nella zona, un po’ come il medico di famiglia: avevi fame andavi dar sor Olindo o dalla sora Gina e ti aspettavi esattamente quello che trovavi: tovaglie di carta, posate e bicchieri tutti diversi sul tavolo, un vinello sfuso che ben si adattava alle proposte di cucina: veraci, robuste immediate nei sapori e non banali da realizzare come molti scioccamente credono; nulla di più difficile di una cacio e pepe, di una Amatriciana o una Carbonara, un po’ come a Napoli difficilissimo lo spaghetto “a filetto di pomodoro”, nulla di più complesso di un pollo spezzato cotto in padella con i peperoni (ormai quasi del tutto scomparso) ma ti aspettavi, anche, un’accoglienza simpaticamente verace e schietta, come la cucina, fatta, a volte, anche di un “ma li mort…. tua”. Faceva parte del gioco e della realtà. Oggi, quanti di noi sarebbero disposti o sono disposti a questo? Ora i bicchieri devono essere di cristallo, le posate di un bell’acciaio, le tovaglie almeno di un buon cotone ( se sono di carta è perché fanno “radical chic”) e l’accoglienza garbata e gentile. L’ambiente e la clientela di una volta erano promiscui, rustici e ruspanti nella sostanza come i pochi arredi, oggi tutto deve ammantarsi di cultura di ricerca, l’ambiente un po’ chic e, allora, quale trattoria vogliamo ritrovare e ridisegnare? Come sarebbe possibile, oggi con quello che costa la manodopera, gli affitti, le tasse, i bei bicchieri e le belle posate contenere i costi di un piatto come il pollo con i peperoni che richiede tempo e impegno per farlo a modo, che richiede una materia prima ineccepibile (sono cambiati i polli e le verdure quelli giusti, a trovarli, costano l’ira di dio). Il suo prezzo sarebbe tale che tutti direbbero “ma quella non è una trattoria, troppo cara!” Questa è, purtroppo la realtà, mi sto battendo da anni per riscoprire le trattorie di tradizione ma non è cosa facile e, soprattutto, non è cosa facile riportare il “cliente” al concetto di trattoria. Discorso ancor più difficile per la “pizzeria napoletana” se capiterà lo affronteremo. Scusate la mia lunga e tediosa disquisizione.

    Mari

    (22 gennaio 2017 - 23:04)

    Ritorno a leggere questo post e comfermo Tanto pe’ magnà e Cesare al Casaletto… Da Felice manco da più di un anno ma ci ripasserò. Sinceramente la riscoperta del,a trattoria come luogo di incontro e buon mangiare a poco prezzo non si addice più al caos cittadini (Garbatella fa eccezione…) piuttosto bisogna frugare nei paesini dove anche per convenienza l’ottima materia prima è a metro zero. L’Umbria è piena, si pemsi allo stiriolo o alla trattoria del clitunno. Per quanto riguarda Flavio va eliminato, salatissimo sia il piatto che il conto. La pizza invece lasciatela perdere, è materia solo per noi napoletani :-D

    Virginia

    (2 febbraio 2017 - 17:30)

    Ho provato diverse volte ( e recensito) Tanto pe’ Magna’, e devo dire che mi sono trovata bene, anche se non è proprio tra i primi dieci che mi viene in mente quando penso ad un posto da consigliare; a differenza di Cesare al Casaletto (che infatti c’è in questo pezzo). Non è certo una questione di demerito: ma come bene avete scritto voi tutti, a volte il discrimine dipende davvero da fattori soggettivi, più che oggettivi.
    Su cosa è oggi una trattoria, poi, o osteria (ma sono due cose diverse?) c’è un bel dibattito, indubbiamente, tutto da riscrivere. Ma il bello è proprio questo!

I commenti sono chiusi.