Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 7 | Adele Elisabetta Granieri

15/10/2019 2.3 MILA
Adele Elisabetta Granieri
Adele Elisabetta Granieri

di Chiara Giorleo

Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue?
Come membro dell’Associazione italiana nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più. 

Oggi lo chiediamo ad Adele Elisabetta Granieri.

Napoletana, classe 1984, di formazione giuridica. Dopo un corso da sommelier e diversi percorsi formativi di specializzazione si è avvicinata alla comunicazione e alla critica enologica. Oggi è coordinatrice per la guida Slow Wine, giudice in concorsi enologici internazionali e collabora con diverse testate e pubblicazioni di settore (Il Mattino, Civiltà del Bere, Le Guide di Repubblica, Identità Golose).

Quando e come nasce il tuo amore per il vino?
È stata la mia nonna paterna, originaria di Monforte d’Alba, a trasmettermi la passione. A casa si è sempre bevuto bene e io ho avuto l’opportunità di approcciarmi al vino fin da piccola: era un continuo tira e molla con la nonna materna, casertana e astemia, ma sono riuscita ad ottenere il mio primo cucchiaino di Barolo molto presto.

A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni?
Sicuramente oggi si parla molto più diffusamente di vino rispetto a 20 anni fa. La vera critica, però, è fatta da professionisti che si sono costruiti una reputazione con anni di esperienza, figure sempre più rare anche a causa della crisi dell’editoria di settore. Si parla sempre più di vino, ma in modo sempre più disordinato e urlato, in una commistione di ruoli che risulta deleteria per il settore. Va da sé che è necessario scegliere con molta attenzione i propri riferimenti.

Quali sono i tuoi riferimenti?
Beh, sicuramente Luciano Pignataro, di cui ammiro la poliedricità e il suo modo di approcciarsi al mondo enogastronomico con grande curiosità, senza arroccarsi sui propri convincimenti, nonostante la grande esperienza. Ho grande stima di Giancarlo Gariglio e Fabio Giavedoni e di tutta la squadra di Slow Wine, con cui condivido un percorso impegnativo ma intellettualmente gratificante, e di Alessandro Torcoli, professionista dalla visione internazionale. Quanto alle colleghe, apprezzo moltissimo la professionalità e la dedizione di Alessandra Piubello e il modo di comunicare il vino senza mai prendersi troppo sul serio di Cristiana Lauro.

Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna?
No, assolutamente. È tutta questione di esperienza, pratica e confronto.

E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?
I social rappresentano un grande mezzo di comunicazione, un’opportunità di raggiungere una moltitudine di persone. Allo stesso tempo, però, sono un’arma pericolosa: è difficile per i fruitori poco esperti distinguere i comunicatori seri, che si sono costruiti una reputazione con anni di gavetta, dai wine influencer dai profili “dopati”, basandosi esclusivamente sul numero di seguaci. È triste constatare che certe aziende vinicole alimentino questo corto circuito.

Chi vedi nel futuro della critica enologica?
Chi ha contenuti e riesce a comunicarli senza ergersi su un piedistallo.

 

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