Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 8 | Laura Di Cosimo

1/11/2019 3 MILA
Laura di Cosimo
Laura di Cosimo

di Chiara Giorleo

Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue?
Come membro dell’Associazione italiana nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più. 

Oggi lo chiediamo a Laura Di Cosimo

Romana, scrittrice e degustatrice ufficiale di vino, sommelier master class e sommelier dell’olio. Da più di vent’anni collabora con guide enologiche e testate giornalistiche del settore; tra queste un lungo sodalizio con Spirito diVino Italia e Asia. É co-autrice del libro Sauternes, uscito nel 2012 per i tipi Gribaudo/Feltrinelli. Da dicembre 2017 firma la rubrica Divino per il quotidiano la Repubblica.

 

Quando e come nasce il tuo amore per il vino? 

Direi che è stato precoce: l’inizio di un percorso, diventato poi cammino professionale. Se chiudo gli occhi, e torno bambina, il primo ricordo è il profumo del mosto: intenso, inconfondibile, indimenticabile. Mio padre Alberto aveva un’azienda agricola vicino Roma, poi nel 1993 mi sono trasferita nella Capitale; quel periodo in campagna mi è rimasto come scrigno di memorie olfattive e sapori sinceri. Viaggi enogastronomici ed incontri con amici/appassionati di vino per condividere bottiglie importanti (italiane e francesi) sono stati tasselli di crescita.  Nel 1999 frequento il corso romano dell’Associazione Italiana Sommelier, a seguire Master class per un anno e mezzo, infine esame da degustatore ufficiale. Subito dopo collaboro nella redazione, partecipo al debutto della guida enologica Duemilavini (poi Bibenda) e per diversi anni faccio esami agli aspiranti sommelier. Dopo questo percorso formativo, il mio interesse è stato catturato dal mondo dello champagne: per circa due anni ho partecipato a panel di degustazione per guide italiane del settore.  Poi, una lunga collaborazione con la rivista cartacea Spirito diVino. Nel 2012, sono co-autrice del libro Sauternes, editato da Gribaudo/Feltrinelli. La fase di conoscenza non è mai finita. Alimento la mia passione per il vino con degustazioni, assaggi e riassaggi nel tempo. Mi stimola a non fermarmi e a cambiare visione; aprirmi a nuove prospettive mi piace.

 

A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni? 

Ho iniziato più di vent’anni fa, e oggi ho i miei punti fermi: rispetto e conoscenza, istinto e attitudine, curiosità. Non è uno gioco, non basta la sola passione per il vino. Per un cosiddetto “palato critico” non c’è punto d’arrivo. Io voglio mantenere intatto lo stupore e il piacere dell’assaggio. Spesso ho modificato angolazione dell’approccio al vino, per mantenere integra questa mia (sincera) emozione. Vivere l’evoluzione non significa seguire le mode ma rimanere in contatto con una realtà che cambia, difendere le tue posizioni se non sei d’accordo. Se prima c’erano poche guide del settore e alcuni conclamati esperti di vino, ora c’è una base molto più ampia di interesse e mezzi di comunicazione. Ma è sempre tua la responsabilità di proteggere i vini che reputi buoni/grandi/eccellenti, tutelando il coraggio di tanti viticoltori virtuosi. Con la rubrica Divino, che curo da circa due anni per il quotidiano la Repubblica, faccio proprio questo: dare ascolto alle loro piccole e grandi storie, mettendo in luce le difficoltà che affrontano. Cerco di fare del mio meglio, alzando sempre l’asticella, guardando avanti.

 

Quali sono i tuoi riferimenti? 

Non parlerei di riferimenti ma di incontri straordinari. Oggi fanno parte della mia vita e del cammino intrapreso, sono amicizie e stime reciproche. Si parte dallo spessore umano delle persone che condividono la tua stessa passione. Pochi gli incontri inutili. Tra passato e presente, sono patrimoni di assaggi e bei ricordi: una tavola, buone bottiglie, discussioni anche fino a notte fonda. Come necessarie, fondamentali, indispensabili sono le parole dei capisaldi della nostra letteratura del Vino: Paolo Monelli, Mario Soldati, Luigi Veronelli. Il vino è anche e soprattutto questo: cultura e piacere.

 

Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna? 

Mi fa sempre sorridere la domanda, ci ho scherzato spesso, e mi è capitato in passato di essere in un panel di degustazione dove ero l’unica donna. Seria: il mondo del vino chiede autorevolezza, quindi donna o uomo nessuna differenza. L’approccio non è di genere, parte dalla volontà di dare significato a quello che fai, per approfondire, con impegno, senza pregiudizi o paure. Un “palato” non è maschile o femminile: è un palato e basta. Il mio lo definirei curioso e coraggioso, tendente alla novità su un’ottima base classica.

 

E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?

Oggi il racconto è importante, certo non la solita storiella “tra tradizione e innovazione”. Ci vuole cura ed idee precise per fare da tramite alla conoscenza del vino, essere buoni comunicatori per un lettore attento e da incuriosire. Il problema non è il mezzo tecnologico ma l’uso poco corretto e la mancanza di serietà. Io scrivo quasi esclusivamente sulla carta stampata, ma apprezzo la facilità di poter accedere ad informazioni, commenti immediati, immagini. Leggo con piacere e attenzione persone che sanno comunicare bene anche sui canali social. Il mondo di oggi è veloce, non si possono fermare nuove forme di comunicazione. Rimane solo un monolite da preservare: spessore dei contenuti, preparazione, responsabilità di chi firma. In una parola: professionalità. Questo è un valore da riconoscere, rispettare e retribuire adeguatamente

 

Chi vedi nel futuro della critica enologica? 

Naturalmente i giovani, ne conosco di bravi e preparati.  Apprezzo quelli che non escludano saggezza e buon senso recuperato dal passato. Per spiegarmi meglio, mio figlio Giulio – che ha 21 anni – si accosta a questo mondo con libertà, senza preconcetti e dogmi. Lo vedo costruirsi nel tempo un bagaglio personale di assaggi e scoperte. Mi piace pensare, in un futuro prossimo, ad una critica sempre più aperta, libera e capace di emozionare.

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 1| Stefania Vinciguerra

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 2| Cristiana Lauro

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 3| Monica Coluccia

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 4| Elena Erlicher

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 5 | Chiara Giannotti

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 6 | Divina Vitale

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 7 | Adele Elisabetta Granieri

2 commenti

    lucab

    “Per un cosiddetto “PALATO CRITICO ” non c’è punto d’arrivo. Io voglio mantenere intatto lo stupore e il piacere dell’assaggio”
    (Dall’intervista)
    __
    In altre due interviste (ora non ricordo precisamente quali) veniva espressa con chiarezza una delle caratteristiche essenziali dell’attività di critica.
    Alla base c’è un buona capacità e abilità di degustazione ma non è sufficiente per svolgere egregiamente l’attività di critica.
    Nell’intervista si usa l’espressione “PALATO
    CRITICO”. Un buon o ottimo palato non diventa automaticamente critico.
    La parte critica non risiede nelle papille gustative ma nel cervello: riguarda l’indipendenza, l’onesta, la sincerità ecc…
    Possiamo usare anche l’espressione “palato critico” ma io la intendo nel senso specificato.

    In Italia i buoni o ottimi palati non scarseggiano.
    Quello che scarseggia è l’indipendenza (che, per me, racchiude tutto: onestà, sincerità eccc…)
    Il primo passo da fare è cambiare prospettiva:
    ESSERE AL SERVIZIO DEL CLIENTE.
    In Italia siamo ancora lontani e penso che sia quasi impossibile.

    1 novembre 2019 - 13:12

    Michele

    Io ammiro il fatto che siano sempre di più i campi che si aprono al sesso femminile, e poi parliamoci chiaro, perché il palato degli uomini dovrebbe essere migliore delle donne? Se una è preparata, ha studiato, sa cosa sia il vino e ha una preparazione elevata, perché non dovrebbe fare l’assaggiatrice? Ben vengano le donne che assaggiano il vino!

    5 novembre 2019 - 11:32

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