Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 17 | Francesca Ciancio

31/7/2020 573
Francesca Ciancio
Francesca Ciancio

di Chiara Giorleo
Crescono il numero e la fama delle donne assaggiatrici di vino. Esiste per davvero un approccio “femminile” alla critica del vino o al suo racconto e, nel caso, come si distingue?
Come membro dell’Associazione italiana nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle critiche di vino in Italia per saperne di più.
Oggi lo chiediamo Francesca Ciancio
Giornalista professionista, esperienze in redazioni generaliste e all news soprattutto in campo televisivo, circa 15 anni fa incontra il vino – e di conseguenza il cibo – e non lo molla più. Diventa sommelier AIis, degustatrice per la Guida dei Vini d’Italia del Gambero Rosso e inizia a scrivere di enogastronomia per testate cartacee e online. Tra le fondatrici di Dissapore e Intravino, si occupa anche di web tv come videomaker per il Gambero Rosso – dove ha lavorato come redattrice – e per il canale video del sito Winenews. Come free lance ha collaborato con i gruppi editoriali Sole 24 Ore, L’Espresso e Rcs. Scrive per i magazine Food&Wine Italia e Lonely Planet. Continua a scrivere, fotografare e filmare

Quando e come nasce il tuo amore per il vino?
Da un viaggio in Sicilia. Una collega non stava bene e la redazione per la quale lavoravamo mandò me. Dovevo girare una decina di cantine per realizzare uno speciale per la tv. Passai dieci giorni come inebriata: mi pareva di vedere la terra per la prima volta. E forse era così. Appassionarsi prima ai territori e poi al prodotto è stato importante, perché ho sempre considerato il vino come il risultato finale di un lavoro che parte da lontano. Mai avuto rapporti onanistici con le bottiglie! È così autoreferenziale parlare solo dell’etichetta. Che poi spesso è solo un modo per parlare di sé. E talvolta manco in modo obiettivo. Cerchiamo di sembrare il vino strepitoso che abbiamo bevuto

A tuo avviso, come e quanto credi sia evoluta la critica del vino negli ultimi 20 anni?
È cambiata di pari passo al mondo editoriale. Venti anni fa c’erano pochi supporti e di conseguenza meno critici. Oggi la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione ha significato moltiplicazione delle voci. L’offline dava un tempo di scrittura e lettura diversi, quindi, probabilmente una capacità di approfondimento maggiore. Ma c’è una cosa che si dice poco e che ha fatto una grande differenza negli ultimi 20 anni – ma direi anche trenta – il potere di acquisto inesorabilmente sceso e al contempo la crescita dei costi delle bottiglie. La critica di un tempo poteva acquistare grandi nomi, berli e condividerli, insomma prendere confidenza con bottiglie oggi spesso inavvicinabili – e talvolta inesistenti sul mercato.

Quali sono i tuoi riferimenti?
Suonerà banale ma dico: le produttrici e i produttori. I loro racconti. E poi gli enotecari appassionati, quei ristoratori che hanno aperto il ristorante in realtà per avere una cantina, anche l’accumulatore seriale che ti spiega perché sta male se non riesce ad avere quella determinata annata introvabile. Poi certo ci sono alcuni testi: Hugh Johnson, Jancis Robinson, i manuali Ais, Il Piacere del Vino edito da Slow Food, gli aneddoti di Daniele Cernilli, la competenza con il sorriso di Filippo Bartolotta, le lunghe chiacchierate fatte con Gianni Fabrizio. Infine i tavolini con le amiche a bere vino: s’imparano un sacco di cose. E non solo sul vino.

Credi che l’approccio alla degustazione cambi tra uomo e donna?
È diverso nella misura in cui sono diversi i generi. Noi donne tendiamo ad avere spesso una visione d’insieme delle cose e quindi anche del vino. Per noi è più semplice creare dei link, dei rimandi, connettere il presente con la memoria. E il racconto del vino deve molto a queste relazioni tra passato, presente e futuro. Dal punto di vista tecnico ci sono diverse ricerche scientifiche che argomentano la differenza attraverso un uso dissimile delle funzioni cerebrali, ma qui non mi addentrerei.

E come cambia l’approccio ai social e/o al modo in cui il vino si racconta nonché alla formazione di settore?
La differenza sostanziale è tra i concetti di “online” e “onlife”. Cambia tutto nel passaggio dal primo al secondo. Anche il vino può diventare un “atto politico”. Ahimè mancano le piazze di una volta – e sono sufficientemente vecchia per ricordarle – ma quelle virtuali comunque hanno voglia di raccontare uno status: bevo quello, dunque sono. Personalmente amo una vita più “liquida” che si muova da un luogo all’altro senza confini netti. Penso tuttavia che oggi sia importante – e più che mai con quello che sta accadendo – prendere posizione e schierarsi dalla parte dell’agricoltura, della terra, del sapere agricolo, dell’ambiente. Ecco cosa vorrei che raccontasse il vino sempre più, farsi veicolo di necessità vitali, perché la terra che abitiamo è una necessità vitale. Quindi, se mi chiedi della formazione ti rispondo, ok la scuola, ok l’università, ok i master, ma viaggiate, girate e fermatevi, bussate e chiedete.

Chi vedi nel futuro della critica enologica?
Mi viene da rispondere più comunicatori e meno giornalisti. La differenza è netta, anche se in tanti non vogliono vederla. E aggiungo, mi spiace che sia così. I giornalisti servono sempre e non ammetterlo è il primo passo verso l’accettazione della perdita di libertà di informazione. La responsabilità di tutto è degli editori che hanno deciso lo sfascio totale del mestiere, impoverendolo e rendendolo schiavo dei privati. Io stessa non ho più l’opportunità di poter campare con i proventi del mestiere che ho scelto a 11 anni e me ne devo inventare di ogni. Come faccio? Mi appello al rigore professionale, alla limpidezza di intenti e anche alla deontologia professionale che è una cosa in cui credo ancora. Quindi, per chiudere, qualunque siano i mestieri del vino del futuro prossimo spero siano fatti con franchezza.

 

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 1| Stefania Vinciguerra

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 2| Cristiana Lauro

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 3| Monica Coluccia

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 4| Elena Erlicher

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 5 | Chiara Giannotti

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 6 | Divina Vitale

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 7 | Adele Elisabetta Granieri

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 8 | Laura Di Cosimo

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 9 | Antonella Amodio

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 10 | Valentina Vercelli

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 11 | Giovanna Moldenhauer

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 12 | Barbara Brandoli

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 13 | Laura Franchini

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 14 | Adua Villa

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 15 | Alma Torretta

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 16 | Rosanna Ferraro

Un commento

    luca

    Francesca Ciancio:
    “Chi vedi nel futuro della critica enologica?
    Mi viene da rispondere più comunicatori e meno giornalisti. La differenza è netta, anche se in tanti non vogliono vederla”.

    È una differenza fondamentale.
    Anche se la interpreto i questo modo.
    Bisogna distinguere la CRITICA ENO-GASTRONOMICA dalla COMUNICAZIONE.
    È vero che ancora sono in molti a non aver compreso la differenza sostanziale.

    Possiamo dire che già adesso(F Ciancio è più proiettata verso il futuro) in Italia quasi il 90 %
    di quello che si legge di Cibo e Vino… È…
    COMUNICAZIONE.

    La Critica, nel Senso Nobile della parola, è relegata a un 10 %.

    Sarà difficile un’inversione perché il WEB, con i Social e Altro!…forma… un pubblico con scarso PENSIERO CRITICO… e FACILMENTE…
    INFLUENZA BILE.

    31 luglio 2020 - 19:25Rispondi

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