Donne produttrici: il vino italiano al femminile 15| Barbara Galassi

8/3/2022 681
Barbara Galassi
Barbara Galassi

di Chiara Giorleo

Dopo una lunga serie sulle critiche di vino, il focus si sposta sulla produzione al femminile. Zone di ispirazione, stili produttivi e prospettive: ecco qual è l’approccio delle produttrici italiane.
Come membro dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino mi rivolgo alle produttrici di diverse regioni d’Italia per saperne di più. 

Oggi lo chiediamo a Barbara Galassi

Nata nel 1971 a Cesena, laureata in Filosofia all’università di Bologna. Dopo alcuni anni di insegnamento, nel 1997, sposa Alberto Paltrinieri, produttore di Sorbara, e dopo poco inizia a collaborare nell’azienda di famiglia occupandosi soprattutto della parte amministrativa. Nel ’98, insieme ad Alberto, dà vita al primo Sorbara in purezza (fino ad allora il Sorbara aveva sempre avuto, come prevede il Disciplinare, una parte di Lambrusco Salamino). Da quel momento in poi Paltrinieri si è sempre identificato come produttore di Sorbara in purezza. Nel 2012 Barbara partecipa attivamente al progetto Encork (insieme alla Provincia di Modena, all’Università Torvergata di Roma, a una azienda di ingegneristica spagnola, a una cantina portoghese, a una ditta di macchinari per l’imbottigliamento ungherese e una startup romana). Il progetto, finanziato dalla Comunità Europea, ha portato alla realizzazione di un prototipo: una macchina capace di analizzare i tappi prima dell’imbottigliamento individuando la molecola di TCA, causa del sentore di tappo al vino. Questo prototipo è stato testato presso la Paltrinieri nel 2018 e poi ceduto ad una impresa terza per lo sviluppo e la commercializzazione. Barbara ha sempre creduto e investito nell’accoglienza in cantina. Ed è proprio l’aspetto didattico che la contraddistingue, portandola a collaborare con le scuole per stage, tirocini formativi sia con ragazzi delle superiori, sia con universitari, inclusa la collaborazione con alcuni istituti e licei per l’alternanza scuola-lavoro. Dal 2018 è socia dell’associazione Donne del Vino.

 

Quando e come hai iniziato a fare vino?

L’azienda è di mio marito Alberto Paltrinieri. Appena sposati, nel 1997, mi sono resa conto che le aziende agricole famigliari come era sempre stata la sua, a partire dal nonno Achille nel 1926 e poi dai suoi genitori dagli anni ’60, sono un tutt’uno con la casa e la famiglia.

Io sono Romagnola, ho vissuto a Cesena fino a 18 anni e poi mi sono trasferita a Bologna dove mi sono laureata in filosofia e dove ho conosciuto Alberto.

Per qualche anno ho insegnato e poi, complici anche i tre figli arrivati, ho iniziato a compromettermi con la realtà della cantina, occupandomi della parte amministrativa, ma non solo.

Mi hanno sempre detto che un laureato in filosofia può fare poi qualsiasi lavoro ma non avrei mai immaginato questo.

La mia conoscenza sul vino, quindi, deriva esclusivamente dall’esperienza di queste 25 vendemie.

 

Quali sono i tuoi riferimenti o le tue zone di ispirazione in Italia e all’estero?

Per quanto riguarda l’estero, ricordo molto bene il viaggio fatto 25 anni fa in California dove abbiamo visitato alcune aziende. Mi aveva colpito moltissimo la capacità di valorizzare i loro vini soprattutto dal punto di vista commerciale e di marketing, nonostante avessero meno storia della nostra. Mi sono resa conto che avevamo un enorme potenziale e che occorreva prenderne coscienza e agire di conseguenza.

In Italia non ho una azienda in particolare alla quale fare riferimento, ma tantissime. Tutte le volte che vedo un aspetto interessante, lo faccio mio. Mio marito dice sempre: “Bisogna saper copiare dai più bravi e poi farlo nostro”.

 

Credi che lo stile produttivo possa cambiare tra uomo e donna?

Credo sia più una questione di immagine. La sostanza non cambia. Lo scopo è fare il vino al meglio, vestito bene e ben comunicato. Per mia esperienza posso dire che è meglio lavorare insieme: uomo e donna, ci si completa.

 

Qual è la tua firma stilistica?

La si può rintracciare soprattutto nella comunicazione. Nel voler raccontare i nostri Sorbara a partire dal colore: tutte le tonalità del rosa. Nel ’98 per primi abbiamo vinificato il Sorbara in purezza (termine che all’epoca non esisteva) e con grande tenacia abbiamo continuato in questi anni a proporlo, nella sua più spiccata tipicità: grande acidità e colore rosa tenue (quindi lontanissimo dall’idea di Lambrusco scuro e dolce).

Inoltre ho voluto fortemente una linea biologica, per dare maggior valore alle nostre uve, consapevole della difficoltà climatica e ambientale di Sorbara e di tutta la bassa modenese.

 

Quali sono le maggiori difficoltà nel fare vino in Italia oggi? E quali i vantaggi?

Le difficoltà sono tante, a partire dalla burocrazia. Accedere a bandi e a finanziamenti è spesso complicato e non sempre adeguato alle piccole aziende. Tanti registri da compilare.

Inoltre, riscontro difficoltà a interagire con le Cooperative sociali e i Consorzi nella valorizzazione dei terroir, spesso la tendenza è uniformare.

Un vantaggio che abbiamo noi italiani è che siamo molto creativi. Ad esempio, il periodo di chiusura durante la pandemia, si è trasformato in una occasione. Abbiamo creato nuovi packaging per le spedizioni, abbiamo organizzato dei mini Vinitaly virtuali personalizzati con ogni importatore e il loro staff, spedendo campionature, ecc.

 

In che direzione sta andando il vino italiano secondo te?

Credo che sia vivendo un periodo felice dovuto a tanti fattori: la qualità media si è notevolmente alzata, tanti giovani si stanno avvicinando al mondo del vino con grande consapevolezza, stiamo prendendo coscienza della grande ricchezza che il nostro territorio offre. Dobbiamo sicuramente imparare a promuoverlo e valorizzarlo meglio.

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 1| Stefania Vinciguerra

Critiche e degustatrici: il vino italiano al femminile 2| Cristiana Lauro

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