Vino e critica internazionale dopo Parker 14| Gabrielle Vizzavona (Francia)

1/8/2018 1.6 MILA
Gabrielle Vizzavona
Gabrielle Vizzavona

di Chiara Giorleo

Come sta evolvendo la comunicazione in Italia e all’estero? Come l’offerta formativa, oggi molto più ampia, può influire e sta influendo sul trend della comunicazione del vino, sempre più sofisticata e ancor più necessaria. Continua la serie di interviste ai critici del vino in Italia e all’estero.

Oggi lo chiediamo a Gabrielle Vizzavona.

Gabrielle Vizzavona è un’esperta di vini e liquori francese con Master presso l’OIV (Organisation Internationale du Vin) e Diploma WSET (Wine and Spirit Education Trust).  Critica e degustatrice di vini per Le Figaro, il più grande quotidiano francese, tiene anche una rubrica sul vino per la Televisione francese. Oltre a queste attività legate ai media, seleziona vini e liquori per un gran numero di ristoranti, hotel e catene di alta gastronomia in Francia e all’estero. Inoltre, si occupa di formazione come docente nell’ambito di corsi formativi sul vino e quanto vi gira intorno intervenendo spesso anche in Masterclass organizzate da fiere, grandi marchi e organizzazioni interprofessionali.

Come sei “inciampata” nel mondo del vino?

Ho avuto la vocazione fin dall’infanzia: uno dei miei primi temi scolastici, a 8 anni, era già sul vino e a 9 anni la nostra maestra ci faceva vinificare del vino in classe. Durante la mia infanzia e la mia adolescenza sono stata affascinata dal mondo del vino anche perché all’epoca mio nonno aveva un domaine a Bordeaux così come un négoce (commercio, ndr). C’è sempre stata una bottiglia di vino sulla nostra tavola, e ho avuto diritto a bere le mie “2 dita” di vino dai 14 anni. Nonostante questo, allora credevo che fosse qualcosa di troppo divertente perché diventasse un’occupazione! L’educazione scolastica francese è alquanto segmentata e tutto ciò che si allontana dalle materie scientifiche è mal visto. I miei genitori mi hanno lasciato poca scelta: commercio, diritto o economia. Ho iniziato con un Master 2 in Economia, prima che raggiungessi una maturità sufficiente per decidere di orientarmi verso il vino, contro il parere della mia famiglia, e di dedicarmi a 4 anni di formazione aggiuntiva. Il vino è stato per me sinonimo di ingresso nell’età adulta. In seguito, ho costruito la mia attività a poco a poco sviluppando i tre rami che mi ispiravano maggiormente: acquisto di vini e liquori, giornalismo, insegnamento.

Come credi sia evoluta la critica negli ultimi (30) anni in Francia? E da chi hai imparato di più?

Penso che la critica vitivinicola francese si è poco evoluta negli ultimi 30 anni, ci sono sempre meno attori così come i media che diventano sempre più scarsi. Penso che essa non si sia adattata, nella sua forma attuale, ad un pubblico le cui attese si sono evolute. L’amatore si è emancipato e oggi ha maggiore fiducia nei suoi gusti e nella sua capacità di giudizio. Egli costruisce un legame differente e diretto con il vino. È più curioso e si interessa ai sistemi di coltivazione, all’ecosistema, è più formato sull’alimentazione in generale… ma la critica resta assai fissata su un sistema di note troppo aleatorio e di commenti di degustazione che mancano un po’ di poesia. Avendo studiato il vino principalmente nelle sedi anglosassoni, i modelli di critica di vino che ho avuto e i libri che ho letto erano questi. Ma le mie fonti di ispirazione provengono molto più dai vigneron che dai critici.

Come reputi la diffusione e la comunicazione del vino italiano in Francia?

I francesi amano i vini e la cucina italiana. Il livello di conoscenza dei vini italiani è diffusamente debole ma gli archetipi del vino e della cucina italiana, sofisticati e confortanti allo stesso tempo, sono fortissimi in Francia. L’Italia è senza dubbio il paese più presente se si guarda alle nostre importazioni di vino. Ciò è molto legato all’offerta gastronomica: in Francia i ristoranti italiani si trovano ad ogni angolo delle strade. Per molto tempo, essi hanno offerto alla loro clientela dei vini d’entrée appartenenti ad una gamma proveniente principalmente dal négoce. Oggi, l’offerta è sempre più varia, approfondita, grazie ad importatori specializzati nei vini del mondo che non vedono l’ora di far scoprire ai francesi i migliori vigneron artigiani italiani. Il gusto francese evolve verso una più grande inclinazione per l’amaro di cui i vini e la cucina italiana sono spesso portatori. Ciò si nota anche dalla passione nei confronti dei liquori italiani amari, che da 5 anni circa stanno conoscendo uno sviluppo considerevole in Francia.

È noto che sia molto migliorata l’offerta formativa a disposizione di coloro che vogliono formarsi sulla tecnica di degustazione, la sommellerie, la geografia del vino e tutto il resto. Come credi che questo stia incidendo e inciderà sul presente e sul futuro della comunicazione del vino?

Trovo gli organismi di formazione molto competenti; offrono un metodo indispensabile. Spingono così gli studenti ad apprendere col cuore una grande quantità di informazioni sulle diverse zone di produzione, cosa che li incoraggia ad avere una visione d’insieme sulla viticoltura. Ciò cambia completamente il quadro della critica francese, che ancora oggi offre raramente un diploma sul vino di un certo tipo. Tuttavia non è necessario che il metodo imprigioni ma che il professionista possa liberarsene in seguito alla sua crescita professionale costruendosi una base di conoscenza più “esperienziale”. Come dice benissimo André Gide nel mio libro preferito “les nourritures terrestres”: la conoscenza che non è preceduta da una sensazione è inutile”.

Quali sono i presupposti per l’indipendenza della critica enologica?

L’indipendenza perfetta non esiste perché la stessa attività è influenzata della soggettività del momento: le condizioni della degustazione, la compagnia, le amicizie e le antipatie. L’indipendenza è forse una linea di condotta interiore, quella che spinge a non ricercare la facilità. L’indipendenza è legata al grado di curiosità del critico. Il rischio più grande (e anche il più frequente) è il cumulo di attività; un critico, per restare il più indipendente possibile, non può diventare giudice o essere coinvolto in attività per le quali la sua remunerazione dipende dalle aziende di cui giudica i vini. È una situazione che diviene molto delicata poiché si tratta di criticare i vini dei domaine che assicurano la sua stabilità economica. Nel medio-lungo periodo, è una forma di suicido professionale.

Chi vedi nel futuro della critica enologica?

La tendenza futura ha già iniziato a svelarsi: al potere detenuto da un pugno di critici si sostituisce il potere dell’aggregazione dei pareri dei consumatori. Credo che questa tendenza vada a rinforzarsi anche se ci sarà sempre spazio per i critici.

Un consiglio per: i giovani che muovono oggi i primi passi lavorativi nel settore enoico, i consumatori più o meno appassionati, i colleghi.

Darò ai giovani professionisti gli stessi consigli che do ai miei studenti (circa 700 l’anno frequentanti principalmente master e MBA specializzati sul vino) e che si basano su quello che ho potuto imparare nel tempo. Il primo è di cercare di vivere la fine del periodo di studio con serenità. Io l’ho vissuta molto male perché pensavo che era tutto già deciso, che una volta scelto un ambito professionale non si poteva più cambiare. Molti giovani la pensano ancora così perché è stata instillata questa idea assurda nella loro testa. I periodi di transizione sono difficili da vivere, io suggerisco di non credere mai a coloro che sostengono che sono imprigionati in una situazione. Il secondo consiglio è quello di provare a seguire le proprie intuizioni. Il vino, io lo percepivo, lo sentivo nelle mie viscere. Seguire l’intuizione è già un buon inizio per fare in modo che le stelle si allineino sul vostro cammino. Il terzo consiglio è senza dubbio quello su cui insisto maggiormente: è meglio porsi di domande sul proprio modo di vivere prima ancora di scegliere la propria attività. Poco importa che essa consista in una vita di ufficio o di viaggi, di analisi in laboratorio o di degustazioni, di vendita commerciale o di acquisto. Sono troppo numerosi coloro che pensano in primis all’attività mentre per me è il modo di vivere che l’attività implica a divenire la questione essenziale.

Interviste precedenti
1 Alessandro Torcoli, Italia
2 Horia Hasnas, Romania
3 Cathy van Zyl, Sud Africa
4  Akihiko Yamamoto, Giappone
5 Arto Koskelo, Finlandia
6  Aldo Fiordelli, Italia
7 Caro Maurer MW, Germania
8  Madeline Puckette, USA
9  Ned Goodwin MW, Australia
10 Alessandra Piubello, Italia
11  Isabel Ferran, Francia/Spagna
12 Bernardo Conticelli, Italia
13 -Asa Johansson, Svezia

 

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